La “battaglia del Quirinale”, il suo esito, le ricadute negli schieramenti politici, l’ “agenda Mattarella”. Tanta carne al fuoco. Il Riformista ne discute con uno dei più autorevoli politologi italiani: Piero Ignazi.

Professor Ignazi, il giuramento del Presidente Mattarella con il suo discorso in Parlamento, è stato un atto tutt’altro che formale. Quale ne è stato, a suo avviso, il segno politico di fondo?
Che il governo si deve dare una mossa perché ci sono troppe cose ferme. Nel merito, un punto centrale nel suo discorso è stato quello della giustizia. Sulla giustizia in senso stretto, dunque il suo funzionamento, e la giustizia in senso sociale, nel senso delle disuguaglianze. Per avere dignità ci vuole giustizia. Questo, secondo me, è il messaggio forte lanciato da Mattarella. E la giustizia la si realizza, nei limiti dell’umano, assicurando il funzionamento dell’apparato giudiziario, che sia altro da quello scalcinato che è, e assicurando anche condizioni affinché la giustizia sociale diventi qualcosa di non trascurabile.

Il Partito democratico ha chiesto una seduta del Parlamento sull’agenda del Capo dello Stato. L’“agenda” Mattarella, l’“agenda Draghi” ma quante “agende”, vere o presunte, sono sul tavolo?
Tante direi. Quella del Pd mi sembra una mossa di una certa intelligenza. Si sfrutta la popolarità, il fascino, la spinta di Mattarella.

I leader dei partiti hanno, chi più chi meno, fatto a gara nell’intestarsi il merito della rielezione alla Presidenza della Repubblica di Sergio Mattarella. Lei come l’ha vista?
Se dobbiamo ragionare su vinti e vincitori, allora direi che un vincitore, sia pure per default altrui, è Letta, che ha aspettato sulla riva del fiume che i cadaveri degli avversari scorressero.

Chi esce con le ossa rotte dalla “battaglia del Quirinale”?
La destra, senza ombra di dubbio. La destra è stata schiantata da queste elezioni. Una sconfitta rovinosa cominciata con la candidatura di Berlusconi che io considero una sorta di peccato originale per questa vicenda, perché ha tenuto bloccato tutto per due mesi. Non si riusciva a fare nulla perché c’era questo incapricciamento incomprensibile, fuori dal mondo, per l’idea che uno come Berlusconi potesse andare alla più alta carica dello Stato: quello che un tempo si diceva il “mondo reverso”. La débâcle è stata di tutta la destra. Ovviamente di Forza Italia, che ha dovuto abbandonare non solo il suo candidato primario ma anche la sua seconda candidata, la Casellati. Stiamo parlando della seconda carica dello Stato che è stata impallinata in maniera eclatante. Quanto a Salvini, non ha fatto altro che muoversi sparando nomi a raffica e facendo una figura meschina visto che alla fine non essendo riuscito a mandare avanti neanche uno dei tanti/e che aveva sponsorizzato, ha dovuto ingoiare il Mattarella bis, facendo, come si suole dire, buon viso a cattivo gioco. Infine la Meloni, perché anche lei è rimasta a gridare la luna senza alcun costrutto. La sconfitta della destra è stata totale, assoluta.

Molto si discute sulla tenuta del governo Draghi e della composita maggioranza che lo sostiene, alla luce della battaglia quirinalizia e del suo esito finale. C’è chi sostiene la tesi del rafforzamento e chi, all’opposto, profetizza un futuro terremotato per Draghi e il governo di cui è premier.
Il governo non era compatto neanche prima la rielezione di Mattarella. E a maggior ragione non lo sarà neanche adesso.

In una nostra precedente conversazione, si era ragionato su una sorta di autoinvestimento che Draghi aveva fatto su di sé per il Quirinale. Alla luce di questo, lei ritiene oggi Mario Draghi un premier “azzoppato” o comunque una persona delusa?
Beh, dato che il suo nome è emerso ed è stato parte della contrattazione, e il fatto che gli è stato detto no grazie, rimani pur lì, insomma, è un po’ una diminutio. Certo, poi gli hanno detto, per indorare l’amara pillola, perché fai un bellissimo lavoro lì, perché sei indispensabile a Palazzo Chigi, perché sei il migliore di tutti lì…Le argomentazioni addotte sono stato di questo tipo, però nella sostanza il concetto è non ti vogliamo al Quirinale. Non ti vogliamo per sette anni, perché abbiamo paura di te e quindi preferiamo che tu te ne vada alla scadenza della legislatura.

Lei parla di settennato. Molto si è guardato alla vicenda precedente che aveva riguardato il predecessore di Mattarella, Giorgio Napolitano. Lei crede, anche alla luce di questo precedente, che quella di Mattarella possa essere una presidenza “a tempo” limitato?
Assolutamente no. Primo, per le ragioni per cui è emerso. Alla fine è stata la scelta migliore che ha certamente sbloccato l’impasse in cui si erano cacciati, ma c’è anche da dire che l’idea del bis di Mattarella era da lungo tempo un elemento di discussione. Il diretto interessato ha cercato in tutte le maniere di evitarlo ma alla fine un po’ perché si erano incartati e perché quella di un Mattarella 2 era la soluzione più facile, sono andati lì. Non hanno avuto la costanza di andare avanti nelle consultazioni per trovare la persona giusta. Vede come è cambiato il mondo rispetto ad un tempo. Pensiamo a quando è stato eletto Pertini…

Vale a dire?
Pertini è stato eletto dopo il sedicesimo scrutinio. Eravamo nel giugno del 1978. Due mesi dopo l’omicidio di Aldo Moro. Eravamo con una inflazione a doppia cifra, con una violenza politica per cui si ammazzava la gente per strada. E di fronte ad una situazione di quel genere, la politica ha preso il suo tempo. Se lei va a rileggere, come ho fatto io, i giornali dell’epoca, vede che la discussione era tutta incentrata su quali saranno le scelte, e c’era dibattito. Dopo quattro giorni eravamo ancora in alto mare, così come l’altra volta con Napolitano. Era una questione di tenuta di nervi. Questo è il problema della comunicazione politica, che non nasce di certo oggi. La scelta di Mattarella è stata una scelta facile, però Mattarella ha detto: allora però vi prendete tutto. Saranno sette anni.

Il Partito democratico sembra voler puntare ancora, in vista delle elezioni legislative del 2023, sull’asse con il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte, se non fosse che quest’ultimo viene fatto oggetto di un continuo “fuoco amico” pentastellato. E ora ci si è messo pure Beppe Grillo Come vede il futuro di questo asse Pd-5Stelle?
Malissimo. Malissimo perché i 5Stelle stanno esplodendo in Parlamento. Dipende cosa ne verrà fuori sul piano elettorale, e questo è impossibile a dire oggi. Che possa però restare un partito del 15 per cento lo trovo alquanto problematico. Dove si dirigeranno? Chi seguiranno? Riusciranno a ritrovare una compattezza che oggi non è data? Tante sono le incognite sul presente e il futuro di un Movimento uscito peraltro fortemente indebolito nelle ultime elezioni amministrative. E quei risultati sono stati molto più di un campanello d’allarme.

“L’elezione di Mattarella, un’ottima notizia per l’Italia e le macerie dei partiti”. È il titolo di un recente editoriale del direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana. Siamo alle macerie?
Neanche per sogno. Le confesso di essere un po’ infastidito di questa storiella delle macerie dei partiti. I partiti sono delegittimati in tutta Europa. Lo sappiamo. E chi studia queste cose lo verifica questo crollo di legittimità almeno dagli anni ’90. I partiti sono diversi, “diminuiti”, rispetto ai vecchi partiti di massa? Beh, vorrei vedere che non fosse così. Rispetto ad un mondo che possiamo vedere nelle fotografie in bianco e nero direi che è un po’ improbabile che possa essere lo stesso tipo di organizzazione. Come se le banche fossero le stesse rispetto a quelle di un secolo fa. E gli ospedali sono gli stessi, e le fabbriche sono le stesse rispetto a un secolo fa? No, ma i partiti però devono essere sempre quelli. Bisognerebbe avere un po’ di elasticità mentale. Altro che macerie dei partiti! E con che cosa li sostituiamo? Quello delle macerie è francamente insopportabile e inaccettabile.

L’Europa ha tirato un sospiro di sollievo per la rielezione di Mattarella e la permanenza di Draghi a Palazzo Chigi?
Direi proprio di sì. Stabilità über alles. Una stabilità così “bella” non può che far piacere a tutti, compresi noi italiani.

Stabilità può coniugarsi con cambiamento?
Bisogna mettersi d’accordo sui termini. Stabilità governativa può voler dire anche grande attività riformatrice. In sé, però, la stabilità è lo statu quo, perché è la stessa cosa di prima. Una constatazione oggettiva, di scuola, che non ha in sé e per sé una valenza negativa. Tutt’altro. La stabilità la stabilità è una conditio sine qua non per attivare un’azione riformatrice. Poi non è detto che ci riesca. Basti pensare allo stesso governo Moro alla fine degli anni ’60.

Lei ci crede alla possibilità della costituzione di un “grande centro”?
È una possibilità, ma un centro con molti generali e poca truppa. Si può anche fare, ma dipende poi dopo se ci sono quelli che lo seguono. Cosa di cui dubito molto.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.