Per chi ha seguito le vicende della politica italiana dell’ultimo anno con un po’ di attenzione, non è difficile capire le ragioni dello stallo di una settimana, che è stata sprecata a non eleggere un nuovo Presidente, per ripiegare infine sulla conferma di Sergio Mattarella alla funzione (già precedentemente assolta con grande fermezza, umanità e saggezza) di Capo dello Stato.

Invece di limitarci solamente a deplorare l’incapacità delle forze politiche del nostro paese di prendere una diversa decisione, possiamo tentare di comprendere più a fondo le ragioni di quanto è accaduto. Più volte su questo giornale abbiamo sottolineato la straordinaria frammentazione litigiosa del nostro sistema dei partiti (che di conseguenza godono della fiducia di solo l’8% della popolazione. Fonte Eumetra). E la conseguente debolezza dei medesimi, spaccati oltretutto anche al loro interno. Un anno fa il Parlamento (che gode della fiducia dell’11% degli italiani), cioè i leader e i partiti, non erano stati in grado di formare una maggioranza a sostegno di un primo ministro: si cercavano invano “volontari” nella palude del gruppo misto. Fu Sergio Mattarella che allora persuase i partiti ad accettare Mario Draghi come Presidente del Consiglio dei ministri, in una situazione di grave emergenza economica e sanitaria.

Non è sorprendente che, un anno dopo, si siano scaricate sull’elezione del Presidente della Repubblica tutte le tensioni insite nella vita dei partiti e dei rispettivi grandi elettori che allora erano state messe a tacere. Quelle in seno al centrodestra e quelle fra i quasi alleati del centrosinistra. Oltre alle fratture interne a ciascun partito, in particolare alla Lega, ai 5S, a FI ed allo stesso PD che, dopo la conclusione della vicenda dell’elezione del Presidente, sono puntualmente riemerse. Salvini, in questa occasione, ha fatto l’impossibile per tenere unito il centro destra, ma i tentativi di imporre un candidato di parte non hanno avuto successo e hanno segnato una sconfitta personale per il capo leghista, che potrebbe, in futuro, provocare anche degli scossoni nei delicati equilibri che caratterizzano la vita interna del Carroccio, senza tuttavia ledere la leadership di Salvini perché, come ha detto un importante esponente leghista “è lui che porta i voti” (anche se, per effetto della vicenda del Quirinale, i consensi per il Carroccio sono significativamente calati di quasi un punto percentuale – oggi sarebbe al 17,5% – secondo SWG o addirittura di quasi due punti – oggi sarebbe al 16,7% -secondo Euromedia).

Per la verità, se non era riuscito Berlusconi (che aveva dovuto gettare la spugna e che, alla fine, è uscito da tutta la vicenda con una crescita di popolarità) a unificare il centrodestra, non era immaginabile che ne venisse a capo un altro della stessa parte, fosse anche candidando la presidente del Senato. I conti relativi ai numeri dei grandi elettori ed alle maggioranze possibili erano stati fatti da chi sa fare di conto – innanzitutto Roberto D’Alimonte – mostrando che, contrariamente a quanto affermavano alcuni, specie nel centrodestra, non esisteva in Parlamento una maggioranza in grado di eleggere il Presidente della Repubblica senza un accordo tra i due schieramenti contrapposti. Ma, come si sa, la hybris non prende sul serio i numeri. Si sono bruciati nomi anche di prestigio e di persone non coinvolte con le fazioni della vita politica. Ma le spallate non erano possibili.

Casellati si è scontrata (paradossalmente) con l’ostilità di FI. Nel PD i sostenitori del bis di Mattarella si sono fatti sentire un po’ alla volta contro i sostenitori di Draghi. E una frattura del genere ha attraversato la Lega, come lo è stato ancor più tra i 5S, divisi fra Di Maio e Conte (il quale, malgrado tutto, continua a essere uno degli uomini politici più popolari del nostro paese, assai più di Di Maio, pur avendo subito un calo di consensi personali di più del 5% e essendo stato “sorpassato” da questo punto di vista da Giorgia Meloni, la cui popolarità è invece cresciuta del 2,7%. Fonte Euromedia) e ove la frammentazione interna, rischia di portare tra breve all’implosione totale. L’elezione sotto questi auspici era particolarmente difficile: non solo non c’era in nessuna maggioranza in Parlamento e i partiti erano divisi, ma il candidato più qualificato all’inizio del processo elettorale, Mario Draghi (che pure in tutta la vicenda ha subito un calo di popolarità del 3,7%), era anche il primo ministro, sicché spostando Draghi al Quirinale bisognava scegliere anche un nuovo Presidente del Consiglio.

Questa operazione era particolarmente complessa, non tanto costituzionalmente, come è stato detto erroneamente, quanto politicamente, perché bisognava evitare di rompere il fragile equilibrio sul quale è basato il presente governo di unità nazionale e di “nessun colore politico”. Infatti, non era possibile sbilanciare a favore di una parte la guida del governo, sicché i partiti avrebbero dovuto accettare un nuovo e secondo “podestà” a Palazzo Chigi. Draghi ha incontrato tre ostacoli sul suo cammino verso il Colle. Innanzitutto, far accettare un altro non politico di professione alla testa del nuovo governo, in secondo luogo rassicurare (i grillini in particolare) che il Parlamento non verrebbe sciolto anzi tempo. E, infine, mostrare ai partner europei che era in grado di controllare l’economia dal Quirinale.
In parte questi ostacoli nascevano da false paure. Il Parlamento non sarà sciolto, perché non è questo che fa un nuovo Presidente della Repubblica all’inizio del suo mandato. E perché una maggioranza simile a quella del Conte due c’è probabilmente in Parlamento e Salvini non vuole andare ad elezioni. Ci vuole andare Meloni, ma è sola, in fin dei conti, su questa posizione.

Quanto alle cancellerie europee, esse faticano a capire l’inventività del costituzionalismo italiano; il nostro è un sistema parlamentare a geometria variabile. Il Presidente della Repubblica non è solo il garante dell’unità nazionale ma anche dell’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea (come ha scritto bene di recente Andrea Manzella).
Quando Mattarella si è opposto alla nomina di Paolo Savona al Ministero dell’economia, lo ha fatto in base a quella funzione e prerogativa che la costituzione gli assegna: la difesa dell’appartenenza dell’Italia alla Unione Europea. Inoltre, le leggi devono essere controfirmate dal Capo dello stato ed è evidente che Draghi avrebbe sorvegliato attentamente le norme con rilevante impatto sull’economia. Non c’è bisogno di parlare di semipresidenzialismo di fatto: il nostro sistema di governo è un parlamentarismo con correttivo presidenziale. Di correttivi nel governo parlamentare italiano ce ne sono in realtà due: il Presidente della Repubblica e la Corte costituzionale. Uno opera a monte della legislazione, l’altra a valle.

Ma toccare l’equilibrio virtuoso che si è creato nello scorso anno è parso evidentemente un rischio troppo alto. Questa decisione tranquillizzerà le cancellerie europee, che non dovranno abituarsi ancora una volta ad un nuovo premier, e i mercati finanziari, che, con qualche buona ragione, considerano Draghi insostituibile. Il bilancio finale di tutta la vicenda vede, come si è detto, un ulteriore indebolimento del sistema dei partiti nel suo insieme, dimostratosi ancora una volta incapace di trovare soluzioni che non siano la perpetuazione dello status quo. Ma anche le due coalizioni principali hanno mostrato al loro interno i segni di una crisi in atto: l’alleanza PD con il M5S ha vacillato e i tentativi falliti di imporre un presidente espressione del centro destra hanno reso più fragile anche quest’ultima coalizione, dentro alla quale si battaglia ancora per la leadership, ma in cui alla fine, anche per effetto dell’attuale legge elettorale, potrebbero prevalere le pressioni a stare assieme.

Poi verrà un’altra tornata di elezioni amministrative e più in là quelle per il nuovo ridotto parlamento. Intanto l’Italia, con Mattarella al Colle e Draghi al timone del governo, per un anno ancora dovrebbe poter restare al riparo dei flutti. I sistemi politici dei governi democratici sono strutture complesse, che producono diversi equilibri. Tornando alla questione della stabilità, vale la pena di sottolineare che la rielezione di Mattarella, che mantiene Draghi a capo del governo, cioè dell’organo principale dell’indirizzo politico, serve a garantire un triplice status quo. Quello della legislatura nell’interesse soprattutto dei parlamentari, della cui saggezza si sta facendo un elogio fuori misura, e quello del governo. Ma anche quello, come abbiamo detto, di un rapporto positivo con i partner dell’Unione Europea e con i mercati finanziari.

Tuttavia, in questo scenario di ritrovata stabilità, l’equilibrio interno alle coalizioni che sembravano voler strutturare la prossima competizione elettorale – e la coesione stessa dei singoli partiti (o, almeno di buona parte di questi ultimi) – attraversa una fase procellosa e densa di incognite. In vista delle prossime elezioni potrebbe cambiare, anche radicalmente, il quadro dell’offerta politica del nostro paese.

Renato Mannheimer, Pasquale Pasquino