L’astensionismo di massa e la crisi dell’offerta politica. Crisi di sistema, ha rimarcato in un articolo su questo giornale Fausto Bertinotti. Il dibattito è aperto. Il Riformista ne discute con uno dei più autorevoli politologi italiani: Piero Ignazi. Ex direttore della rivista il Mulino, Ignazi è professore ordinario di Politica comparata presso la Scuola di Scienze Politiche dell’Università di Bologna e chercheur associé presso il Cevipof (Fondation Nationale des Sciences Politiques) di Parigi. Tra i suoi libri più recenti, ricordiamo Contagio e Libertà (con Nadia Urbinati, Laterza, 2020); I partiti in Italia dal 1945 al 2018 (il Mulino, 2019); Partito e democrazia. L’incerto percorso della legittimazione dei partiti (il Mulino, 2019); I rischi del partito. Il ruolo dei quadri intermedi nella politica atrofizzata (con Paola Bordandini, il Mulino 2018); Il triangolo rotto. Partiti, società e Stato (con Fabrizio Barca, Laterza 2013); Forza senza legittimità. Il vicolo cieco dei partiti (Laterza, 2012).

Professor Ignazi, l’attenzione della politica è concentrata sui ballottaggi di domani e lunedì per l’elezione a sindaco a Roma e Torino. Sullo sfondo, e che sfondo, resta però il fenomeno di un astensionismo di massa. C’è chi parla di un fenomeno “fisiologico” ma non è una chiave di lettura minimalistica e “consolatoria”?
In parte sì. E ci sono vari motivi. Non è che alle elezioni comunali precedenti si fosse votato terribilmente di più. In questa tornata elettorale, il voto amministrativo non ha registrato un aumento, e non poteva essere altrimenti, visto che la tendenza generale è quella non tanto di un calo, quanto di una stabilizzazione della partecipazione ai livelli che abbiamo visto negli ultimi anni. Ed è uno standard che investe un po’ tutta l’Europa. Dentro questo trend, ci possono essere momenti in cui c’è più mobilitazione al voto, come nel recente caso del voto federale tedesco, altri meno. Detto questo, ci sono state varie circostanze che hanno contribuito a questa massiccia astensione.

Proviamo a indicarle…
Il Covid ha continuato a mantenere lontane certe persone, soprattutto le persone anziane che sono quelle più preoccupate, dai luoghi che si possono ritenere affollati. E questa è una prima quota del bacino dell’astensione. La seconda quota, ovviamente, è quella dovuta alla disaffezione da parte dei ceti marginali. Abbiamo visto che sono state soprattutto le periferie a votare poco. Le periferie erano state mobilitate al voto, nel passato, dalla sinistra, in un passato più recente dalla destra, salviniana in particolare, e nel 2016, in particolare a Roma e Torino, avevano trovato una valvola di sfogo elettorale nei 5Stelle. Una capacità di attrazione, quella dei “grillini” che si prolunga fino al 2018, con una evidente capacità di interpretare e intercettare buona parte del voto delle periferie, soprattutto a Sud, e più recentemente, nel 2019, è venuta l’ondata salviniana. Queste due – 5 Stelle e Salvini – si sono fermate, il Pd ha recuperato qualcosa nelle periferie, uscendo dal suo fortino “Ztl”. Questo però è un processo ancora un po’ in fieri, che deve essere consolidato e se si consolida, probabilmente, il Partito democratico tornerà ad avere risultati molto più significativi di quelli attuali riuscendo ad essere, come in passato, interlocutore delle periferie. La grande rottura c’è stata nel 2016. Allora è avvenuto un cambio di geografia elettorale impressionante nelle grandi città, in cui il Pd scompare dalle periferie, si rinserra al centro, e diventa così sempre più debole.

È un problema di offerta politica, di visione, o è essenzialmente un problema di deficit di classe dirigente dei partiti?
Le due cose non sono in alternativa, si tengono assieme. L’offerta politica è fatta anche dai dirigenti. Deficit di offerta politica non solo e tanto per la caratura, non certo esaltante, delle leadership politiche, quanto di carenza di offerta di temi. I temi che stanno a cuore alle periferie, quelli relativi alla sicurezza, in senso proprio, e quella in senso lato, cioè quella lavorativa, occupazionale, sono stati declinati negli ultimi tempi solo da 5Stelle e Lega, che hanno offerto risposte all’insicurezza sui due versanti, di tipo diverso ovviamente. Oggi, venuta meno, in tutto o in parte, la spinta della rete “bestiale” o dell “uno vale uno”, non c’è una nuova offerta che rappresenti le domande dei ceti più deboli e precarizzati che vivono nelle periferie. In questo scenario, le prospettive della sinistra sono molto favorevoli, a patto che…

A patto che?
A patto che la sinistra trovi il coraggio di adottare delle posizioni molto radicali, molto di sinistra che sollecitino quindi il consenso delle periferie. Il che significa mettere mano a un programma di tipo socialdemocratico, rilanciando un ruolo dello Stato-imprenditore. Se fa così, secondo me c’è una prateria nelle periferie per la sinistra. Non è che ci si aspetti dal Pd chissà quale approccio rivoluzionario. Basterebbe una dose di riformismo forte, radicale, un po’ come quello di cui Scholz, il candidato cancelliere della Spd, si è fatto portatore, con buoni riscontri elettorali. Diciamo che se c’è qualcosa in cui il Partito democratico continua ad eccedere, questo qualcosa è il pragmatismo. L’ho scritto e lo ripeto: quando non si ha paura di insistere sull’imposta di successione, certo si scontentano gli elettori delle Ztl, ma se ne attirano altri.

Nel 2016, i 5 Stelle sono riusciti a intercettare e canalizzare un profondo malessere, una rabbia sociale propria soprattutto delle periferie. Oggi questa rabbia può essere rappresentata da movimenti come i no-pass nei quali l’estrema destra ha un ruolo centrale?
No, assolutamente no. Questo è un movimento fluido, vago, destinato a scomparire nel breve tempo, nell’arco di qualche settimana o mese. A meno che non diventi un fenomeno da gilè gialli, ma allora di no vax non ci sarebbe più nulla. Può essere. D’altro canto, in Francia nessuno sospettava all’epoca qualcosa del genere. È stata un’ondata pazzesca difficile da prevedere. Allo stato attuale non mi pare che possa replicarsi in Italia.

Fin qui abbiamo parlato di offerta politica e di classi dirigenti. Ma non c’è anche un problema di regole, di criteri di rappresentanza? A tal proposito, il non mettere in agenda parlamentare la riforma elettorale non è un altro segno di debolezza della politica organizzata nei partiti?
Certo che sì. Una riforma elettorale a livello nazionale ci vuole, però a livello locale nessuno ha invocato un cambiamento del sistema elettorale, ad esempio, per eleggere i sindaci. Io sono sconcertato che non si metta mano a una riforma elettorale visto che il sistema che abbiamo è al di là del bene e del male.

Siamo arrivati quasi alla conclusione naturale di una legislatura che definire travagliata è usare un eufemismo: cambi di maggioranza, di primi ministri… Nel centrosinistra c’è chi evoca un’alleanza attorno all’”agenda Draghi”. Lei che ne pensa?
Francamente non saprei che dirle, visto che mi sfugge cosa sia questa “agenda”. Sul fisco, ad esempio, si possono prendere direzioni molto diverse. La direzione che ha preso questo Governo a me non piace per nulla…

Perché?
Perché è tradizionalista e pavida. Tutt’altro che redistributiva. Una grande occasione mancata. Faccio questo esempio per dire che non so che cosa significhi “agenda Draghi”. Draghi fa cose che a volte sono orientate verso sinistra, altre verso destra, altre ancora una combinazione delle due. Dovendo tenere conto di LeU e di Salvini, un colpo al cerchio e uno alla botte… Sarebbe difficile per tutti, anche per un mago della politica, definire, e soprattutto praticare, un’agenda che vada da Salvini a LeU. E francamente non avrebbe molto senso esercitarsi in questa improbabile e improponibile quadratura politica del cerchio. Mi lasci aggiungere che la presenza, in una stessa coalizione di governo, di forze politiche così diverse è anche parte di quella disaffezione al voto di cui si parla. Alla base della quale c’è anche l’idea, estremamente diffusa, che tanto votiamo, ma non conta niente, perché poi succedono cose che col nostro voto non avremmo voluto.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.