Lui almeno può dire di aver combattuto e vinto la sua battaglia. Nelle 12 sfide dei collegi uninominali a Roma, nove alla Camera e tre al Senato, dieci sono andati alla coalizione guidata da Giorgia Meloni e due al centrosinistra. A resistere all’avanzata sono stati i neo deputati Paolo Ciani, eletto a Roma centro, e Roberto Morassut, che ha vinto all’Ardeatino-Tuscolano. Già vice presidente del Gruppo alla Camera del Pd, Morassut affronta di petto la crisi post elettorale. ”In ogni esercito – dice Morassut – ci sono diversi reparti. Stavolta ho visto troppi paracadutisti. Io sono un carrista. Sto sulla terra”.

Come valuta in prospettiva il risultato elettorale del Partito democratico?
Considero questo voto il capolinea del Partito Democratico, così come lo abbiamo conosciuto e disconosciuto da oltre dieci anni a questa parte. Questa volta, davvero, non è più possibile ricominciare con il rito delle discussioni infinite che non portano a nulla, al termine delle quali non resta che il solito tran tran sempre più stanco e sempre più vuoto di una vita interna esanime dove contano solo le rendite piccole o grandi di micro apparati correntizi. Per certi aspetti sono anche stanco di ritornare sui soliti concetti ma purtroppo il problema di fondo è questo: la linfa vitale del rapporto tra valori, idee e azione politica si è interrotto. In queste ore considero anche poco dignitoso per tutti questo florilegio di autocandidature alla leadership del Partito senza che si sia aperta nemmeno una discussione politica; sembra quasi che non si attendesse altro che trovare il modo di salire alla guida del carro. Io non voglio parlare di nomi, di persone che “si mettono a disposizione”, che sono “pronte”.

Ma pronte a cosa?
Io penso che Letta debba rimanere al suo posto perché ha combattuto con onore e tutti glielo dobbiamo riconoscere e condurre il Partito Democratico ad aprire un nuovo ciclo della storia dei Democratici, una terza fase come Aldo Moro disse riguardo alla Democrazia Cristiana alla metà degli anni ’70. Se Enrico decidesse diversamente ci vorrà un segretario che vada in questa direzione ed io sosterrò chi intendesse proporre questo. La prima fase è stata quella dell’Ulivo che con Prodi all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso, raccolse in una alleanza elettorale quelle forze e quelle culture democratiche che, pur da opposte posizioni, erano state protagoniste del patto costituzionale e avevano dato vita alla Repubblica; la seconda fase nel 2008 con Veltroni quelle stesse forze si misero insieme in un Partito nel tentativo di dare una nuova forma alla Repubblica e al sistema politico. Questo tentativo non è riuscito come ci saremmo tutti augurati ed il Pd è rifluito in una forma caricaturale dei vecchi partiti ma senza i rapporti sociali e di massa di un tempo. Da allora sono cambiate generazioni di elettori e di cittadini, siamo entrati nell’epoca del populismo ed era evidente già da almeno dieci anni, almeno per me, che il Pd doveva porsi il tema di aprire una terza fase del cammino dei Democratici, rinnovare le basi del patto costituzionale attraverso la sua propria soggettività politica e sociale.

Che fare dunque?
Occorre aprire una “terza fase” di questo cammino e dar vita ad una Costituente dei Democratici, un soggetto politico che necessariamente deve passare da un percorso di “movimento” per rimescolare le carte, far avanzare nuove forze alla direzione politica che provengano da esperienze civiche, dare un contenitore giusto e affidabile alle mille energie che sono parte dell’universo di sinistra e popolare ma che vivono nel loro microcosmo, fatto di cura del verde, di cura della persona, di associazionismo culturale, sportivo e altro ancora ma che hanno sete di politica, cercano un’infrastruttura nazionale che le metta in rete, restituisca loro fiducia persino nell’esercizio stesso del voto. Se oggi la Destra può permettersi di alzare il tiro verso i princìpi della Costituzione vuol dire che la base sociale e di massa di quei principi sta venendo meno, in primo luogo perché l’Italia è sempre meno riconoscibile dai giovani come una “Repubblica fondata sul lavoro”, in secondo luogo perché il soggetto politico primario che dovrebbe interpretare quel patto e farlo vivere ogni giorno nella società, cioè il Pd, si limita per lo più a evocarlo retoricamente ma è incapace di promuoverne il rinnovamento e l’inveramento nella società.

Lei ha vinto la sua battaglia a Roma
Nel mio collegio uninominale di Roma ho vissuto un’esperienza straordinaria e per certi versi inaspettata. Ho visto mobilitarsi decine e decine di ragazze e di ragazzi dei Giovani democratici e donne e uomini del Partito democratico ma anche di una vasta rete civica e associativa, democratica che non ci stava a perdere contro la destra. Queste forze si sono unite per una volta senza competizione tra loro ma in uno slancio corale; io ci ho messo la mia esperienza e se posso dire il mio radicamento in quel territorio e in tutta Roma che ho sempre coltivato anche quando non c’erano momenti elettorali. E la gente, le persone lo hanno riconosciuto. Quindi non è sempre impossibile battere la destra, anche questa destra aggressiva e populista. Sono stato eletto in un collegio uninominale, unico del Pd da Firenze alla Sicilia, con circa il 10% di espressione di voto alla mia persona. Non me ne faccio un vanto ma lo dico perché tutto questo dimostra che c’è un modo per esistere che è in grado di rappresentare e mobilitare tante forze democratiche e di sinistra che nella gran parte dei casi non intercettiamo e non organizziamo o che respingiamo per timore che possano mettere in discussione le “gerarchie date”. Mi fa piacere che molti adesso, dopo anni, convergano su questa proposta che ho avanzato nel dibattito da molti anni fa ma bisogna intendersi sul “come” e sul “cosa”.

Qual è in proposito la sua idea?
Escludo che si possa scambiare la “fase costituente” per un percorso federativo tra forze politiche esistenti. Escludo che si possa scambiare la “costituente” per un processo congressuale di puro mutamento di nome. Credo che Enrico Letta o un segretario che si metta seriamente su questa strada, debba chiedere ad un nucleo di personalità di alto livello la redazione di un Documento fondamentale sui valori e sulle grandi linee di un programma della sinistra democratica in Italia e in Europa e aprire un percorso nel quale questo Manuale viaggi in mille assemblee territoriali e tematiche, nei luoghi di scienza e di lavoro per essere discusso, integrato ed emendato, quindi non solo nelle organizzazioni del PD. Quelle assemblee avranno dei registri dei partecipanti e saranno i luoghi costituenti dei Democratici che esprimeranno anche gruppi dirigenti oltre che idee, questo vuol dire “apririsi”; vuol dire stare tutti ai nastri di partenza e vedere chi ha più filo da tessere nell’esercizio dell’egemonia delle idee e nella capacità di rappresentare davvero parti consistenti di società. Penso inoltre che la sinistra in generale, in Europa ma soprattutto in Italia debba fare definitivamente i conti con la sua matrice culturale storicistica, idealista e crociana che è stata incapace di interpretare il dominio crescente della tecnica e dell’estetica in politica. Un grande dilemma che ha attraversato tutta la filosofia del Novecento, in particolare in Germania, attraverso il filone dell’ermeneutica ed il pensiero di Heidegger. In poche parole, la nostra cultura marxista mescolata da Togliatti con Croce , dorme sempre sotto le ceneri del passato e ci ha abituato a considerare la tecnica separata dalle idee e l’estetica un fatto rinchiuso nell’esercizio del momento artistico. Il “primato della politica” ha significato e significa, per molti dirigenti della sinistra italiana, ancora questo. Invece tecnica e politica sono ormai congiunte e saldate in un medesimo agente dello spirito e delle coscienze. Per dirla al contrario della ultra-nota XI’ TESI di Marx su Feuerbach, il mondo non va solo trasformato ma va interpretato, attraverso la tecnica e descritto attraverso l’estetica. Per questo ritengo che alla fine del processo costituente noi si debba assumere la denominazione di Democratici, un termine che raccoglie il senso di questo secolo per una piena saldatura dei diritti civili con i diritti sociali che nel socialismo e nel liberalesimo viaggiavano distinti. Le parole, l’estetica, persino i gesti in politica hanno un significato potentissimo e se al termine di questo percorso che ho indicato cadesse quella “P” che precede la nostra denominazione vorrebbe dire che abbiamo spostato l’accento dalle elite alle masse. Definirsi “democratici”, in questo senso non vuol dire solo rivendicare un metodo borghese di funzionamento della politica e delle istituzioni ma dare pieno slancio alla realizzazione delle persone e delle classi, alle loro inattuate opportunità singole e collettive. Usare la tecnica e l’estetica in forma politica sono cose che noi non facciamo assolutamente perché, diversamente dalla destra, che su questo è rapida e scattante, non usiamo le tecniche della comunicazione di massa ma ne abbiamo persino un certo pregiudizio; ricordate le ritrosìe verso la tv a colori di fine anni 80? È naturale cercare di costruire un rapporto su basi nuove con il Movimento Cinque Stelle.

In che modo?
È ovvio che questo rapporto assuma anche i contorni di una competizione. Ma se pensiamo di limitarci ad un confronto statico ne subiremo delle ulteriori conseguenze. Il nostro rinnovamento radicale è la premessa indispensabile per costruire delle alleanze efficaci e adeguate per questa fase politica e per spingere lo stesso Movimento cinque stelle a superare o mitigare ancora gli elementi di populismo e opportunismo che ne caratterizzano il profilo.

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Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.