Stefano Lo Russo, 45 anni, è il candidato sindaco del centrosinistra a Torino. Ha vinto le primarie con una campagna esplicitamente critica verso il M5S e la gestione Appendino, fermando sulla linea del Po la deriva romana che vede Pd e M5S uniti per la pelle. Lo Russo dei grillini non ne vuole sapere e non ne ha fatto mistero. Formatosi nel volontariato, al fianco di don Aldo Rabino, salesiano e cappellano del Torino, si è impegnato con l’Operazione Mato Grosso in America Latina. I populismi li ha conosciuti e combattuti a tutte le latitudini. E rientrato in Italia ha incontrato il Pd, con l’impegno in Consiglio comunale che lo ha portato nel 2016 ad essere il consigliere più votato di Torino. Insegna Geologia come ordinario al Politecnico di Torino, ed è a partire dalla sua materia che gli chiediamo un’analisi del territorio.

Una domanda al geologo. Come lo definirebbe il terreno della Torino post-Appendino?
È un terreno potenzialmente molto solido che però richiede delle iniezioni di consolidamento, occorrono malte cementizie che rimettano insieme i diversi pezzi che si sono slegati in questi anni.

La Torino da consolidare. Quali sono i danni prodotti dall’inondazione dei Cinque Stelle?
Il primo danno è quello di aver fatto smarrire una prospettiva e di essersi concentrati su operazioni senza visione che hanno incrementato il trend di crisi, invece che invertirlo. A questo si affianca un elemento evidente e molto grave, l’abbandono dei servizi pubblici per i cittadini. Il rilascio della Carta di identità a Torino è più lento che altrove, la chiusura delle anagrafi decentrate e delle biblioteche civiche ha danneggiato tutti. E i cittadini delle periferie, già in condizioni critiche, sono stati abbandonati.

E però Torino è città costruttiva. Hanno infiltrato le fondamenta ma i torinesi si rimboccano sempre le maniche, o no?
Si ricomincia a costruire esattamente dalla vocazione che citava, quella operosa, laboriosa di chi a fronte di un problema si tira su le maniche e ricomincia a lavorare più di prima. Siamo una città che si è costruita ed ha saputo uscire dalle diverse crisi che ha incontrato – questa non è la prima, anche se è una delle più dure della sua storia – attraverso il lavoro. È la sua cifra e la nostra storia.

Tuttavia l’elettorato torinese aveva favorito chi ha causato poi il disastro. Cosa li ha spinti a votare per l’inondazione dei Cinque Stelle su quel terreno prima solido?
L’elettorato torinese non è diverso da quello che c’è in Italia. Emergono ormai flussi elettorali che spostano milioni di voti da una parte all’altra. Il consolidamento politico in questo contesto è fragile, non ci sono più certezze acquisite e la politica è costretta a mettersi in discussione continua. Un elemento, questo, che non giudico di per sé negativamente. Torino è stata indicativa del fatto che gli elettori hanno punito il centrosinistra e premiato il M5S. Se sapremo intercettare le domande e i bisogni che l’altra volta non abbiamo saputo intercettare, mi auguro che faranno l’inverso.

Con una offerta politica nuova?
Dobbiamo interpretare quel connubio tra innovazione e giusta esperienza, che è l’altra cosa che giustamente chiedono gli elettori. La politica deve essere al servizio dei cittadini, a Torino in questi anni abbiamo lavorato molto su questo.

È finita la ruota della fortuna che premia “gli scappati di casa”?
È finita la retorica vuota dell’uno vale uno, tutti possono fare tutto. Se io ho un problema di salute vado dal medico, non vado in tintoria. Se ho un problema politico, mi devo rivolgere a chi esprime con professionalità le soluzioni, non a chi improvvisa. Oggi i torinesi hanno capito che la qualità dell’amministrazione si basa sulle competenze. L’esperienza conta in tutti i campi e a maggior ragione in politica. Insieme alla capacità di innovare e alle idee.

Due o tre idee per Torino?
Una grande opera di semplificazione burocratica, abbiamo molta energia inespressa nella città. Il freno della burocrazia va combattuto. La seconda cosa è la costruzione di una capacità di spendere bene i soldi del Recovery: si apre adesso una fase importante, dobbiamo spendere nei tempi giusti. Terza cosa: c’è una strutturale esigenza di riportare i cittadini ai servizi, riaprire le reti di biblioteche e dei trasporti locali anche e soprattutto per la periferia.

Una opera di bonifica dopo la palude, magari per tornare costruttivi?
Tornare ad avere tutti una grande speranza, quella di una opportunità nuova per ciascun torinese, e una città che torni ad offrire condizioni di vita migliori per tutti. Il mio cemento è l’ottimismo e la speranza.

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.