Russia e Stati Uniti sono tornati ad una sorta di “Guerra Fredda“. Ma se nel secondo dopoguerra primeggiavano nella conquista dello spazio, oggi si battono sulla ricerca di un vaccino efficace contro il Coronavirus. Putin e Trump, si stanno sfidando a quelli che sembrano essere colpi di propaganda. Proprio per questo abbiamo chiesto a chi è in trincea fin dai primi giorni dell’epidemia, e ha portato risultati concreti nella lotta al virus. Il professor Paolo Ascierto dell’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione “Pascale” di Napoli, sentito dal Riformista, ha detto la sua in merito a questa vicenda e in particolare al vaccino russo denominato Sputnik.

Professor Ascierto, Russia e Stati Uniti provano a primeggiare sul vaccino contro il Covid. Quanto c’è di vero? 
Non abbiamo ancora dati a sufficienza per valutare la reale efficacia di questi vaccini. Negli Stati Uniti dovrebbe arrivare entro la fine dell’anno. In Russia invece è stato reso noto che è già arrivata l’approvazione da parte dell’autorità sanitaria. Ma il vaccino voluto fortemente da Putin non sembra aver completato i test di efficacia e sicurezza, indispensabili prima della commercializzazione, così come esposto in un articolo uscito sulla rivista “Nature” in cui si parla addirittura di “indignazione” riguardo la sua sicurezza.

L’Italia a che punto è con il vaccino?
Dal 24 agosto allo Spallanzani inizierà la sperimentazione sui volontari. Questa sperimentazione necessita di varie fasi: i volontari (la prima fase), che porterà alla valutazione della sicurezza sulla base dell’età del volontario e del dosaggio (verranno infatti somministrati tre diversi dosaggi di vaccini). Poi si passerà ad una fase 2 che valuterà l’efficacia del farmaco su un numero maggiore di volontari. Questa seconda fase, se i dati saranno positivi, potrebbe iniziare già nel prossimo autunno. Solo dopo queste prime due fasi si potrà cominciare lo studio vero e proprio (previsto dalla fase 3) che verificherà la reale efficacia del vaccino nel prevenire l’infezione. Ognuna di queste fasi richiede alcuni mesi di tempo. Solo al termine di tutte e tre le fasi, se il vaccino si dimostrerà efficace, si potrà metterlo in produzione.

Secondo lei il vaccino dovrà essere obbligatorio?
I vaccini sono un’arma fondamentale che ci ha permesso di debellare molte malattie, un tempo mortali. Tuttavia non credo abbia senso in questo momento avviare una discussione sull’obbligo del vaccino. Sarà importante prima valutarne il funzionamento, la sicurezza, l’efficacia e la capacità a limitare realmente i danni da Covid-19.

Professore, sono usciti vari studi sull’uso del Tocilizumab. Quale è il suo bilancio in merito a quello che è il farmaco simbolo della terapia che ‘giornalisticamente’ porta il suo nome (Cura Ascierto ndr)?
Il nostro studio, il Tocivid-19 è stato uno studio positivo. Infatti, era stato disegnato per verificare se il farmaco inducesse una riduzione della mortalità ad un mese di almeno il 10% ed il risultato è stato una riduzione di mortalità, nei pazienti trattati con il Tocilizumab, del 12,6%. Tuttavia, sono emersi altri dati dallo studio di fase III recentemente ufficializzati, il CoVacta. In questo studio il tocilizumab, che è stato confrontato con il placebo, non ha dimostrato un vantaggio statisticamente significativo nel ridurre la mortalità ad un mese. Ciò nonostante, lo studio riporta anche che il tempo di dimissione nei pazienti trattati con Tocilizumab risulta essere inferiore, ovvero i pazienti recuperano prima. Tuttavia, ritengo che ci siano ancora buoni presupposti per pensare che esista un sottogruppo di pazienti che potrebbero beneficiare dalla somministrazione del Tocilizumab e la chiave potrebbe essere in alcuni biomarcatori di cui non sono noti i valori nell’ambito degli studi fin qui effettuati. In particolare sarebbe interessante valutare i valori basali di IL-6, PCR, Ferritina, D Dimero che potrebbero permetterci di individuare un gruppo di pazienti col Covid che potrebbe comunque beneficiare della terapia con il Tocilizumab. Infatti, nella nostra esperienza, come quella di altri centri italiani, i pazienti non intubati, con elevati livelli di IL-6 ed altri parametri infiammatori, sono stati quelli che hanno avuto un beneficio maggiore dal farmaco con un recupero delle funzionalità respiratorie in 24-48 ore. In poche parole, il successo del trattamento dipende dallo stato infiammatorio (dovuto alla “tempesta citochinica”) ed al tempo in cui viene somministrato il farmaco. In inglese questo verrebbe sintetizzato in “right patient, right time”! Lo studio purtroppo queste cose non le ha potute verificare. Ulteriori informazioni potrebbero arrivare dai risultati di altri studi di fase III che stanno valutando l’efficacia di tocilizumab quali l’EMPACTA e il REMDACTA.

Nato a Napoli il 20 novembre 1978 ama seguire tutti gli sport (e a volte prova a praticarli...). Laureato in Scienze Politiche all'Università Federico II di Napoli, giornalista professionista, nel 2018 da direttore di VocediNapoli.it ha ricevuto il Premio Carlo Nazzaro per la sezione giornalismo web.