Gli occhi del mondo sono concentrati su Islamabad. Nella capitale del Pakistan, Iran e Stati Uniti giocano la loro partita più difficile. Il vicepresidente JD Vance è partito mostrando un cauto ottimismo, ma inviando anche un avvertimento a Teheran: “Se cercheranno di prenderci in giro, scopriranno che la nostra delegazione non è poi così disponibile”. È lui a guidare il gruppo di lavoro composto da Steve Witkoff, Jared Kushner e dal capo del Centcom Brad Cooper.

L’amministrazione americana ondeggia tra aperture, speranze e minacce, con il presidente Donald Trump che ha postato un messaggio sul social Truth parlando del “più potente reset del mondo” e poi, al New York Post, ha detto che le forze armate stavano “caricando le navi con le migliori munizioni” e che “se non raggiungeremo un accordo, le useremo”. Anche la Repubblica islamica ha scelto però di mantenere la linea dell’intransigenza. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, il presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e gli altri delegati di Teheran, il segretario del Consiglio per la sicurezza nazionale Mohammad Bagher Zolghadr e il viceministro degli Esteri Majid Takht-Ravanchi, arrivano senza l’idea di un’intesa al ribasso. E le ombre su questo summit rimangono in ogni caso molte. In una Islamabad praticamente in “lockdown” per l’arrivo delle due squadre negoziali, la speranza del governo pakistano è di evitare che il primo contatto si risolva in un muro contro muro. Il primo ministro Shehbaz Sharif, il ministro degli Esteri Ishaq Dar e il capo di Stato Maggiore Asim Munir hanno lavorato per settimane a questo incontro e sono riusciti a mediare sfruttando i buoni propositi di Trump ma anche il sostegno di Egitto, Arabia Saudita e Turchia. Tuttavia, tra la questione Hormuz, la guerra in Libano e le divergenze delle due proposte (le 10 richieste iraniane contro i 15 punti di Trump), a regnare è soprattutto un grande senso di incertezza. Se non un vero e proprio pessimismo.

E questi due sentimenti sono anche quelli che aleggiano tra le capitali arabe del Golfo Persico. Le petromonarchie sono apparse spiazzate da questa accelerazione di Trump verso il negoziato. Tutte quante, anche se con alcune sensibili differenze, vogliono vederci chiaro da questa tregua. Oman e Qatar, anche per motivi strategici e per le loro relazioni più strette con l’Iran, hanno palesato una certa fiducia verso questo summit. Di tutt’altro avviso gli Emirati Arabi Uniti, partner di Israele e tra i più colpiti dai missili e dai droni dei Pasdaran. Kuwait e Giordania hanno mantenuto un atteggiamento più freddo. Mentre l’Arabia Saudita, che ha contribuito agli sforzi del Pakistan (con cui ha un accordo di mutua difesa) aspetta che l’Iran fermi qualsiasi tipo di azione, anche dei proxy.

La preoccupazione di tutti è che questa tregua non si trasformi in una certificazione del potere iraniano su Hormuz e nel mantenimento della minaccia costante di una guerra asimmetrica. Ma come ha scritto il Guardian, per questi Paesi ora si è anche posto il problema di garantire la propria sicurezza e ridefinire le alleanze. Per le monarchie del Golfo, la presenza militare americana, con una Teheran ancora in grado di colpire, di fatto si è trasformata in un punto a sfavore. Gli Usa non hanno protetto le petromonarchie in modo completo e le hanno rese obiettivi della ritorsione iraniana.

Qualcuno già pensa a nuove architetture di sicurezza, tra alleanze con la Turchia o con il Pakistan (come ha fatto Riad). Altri guardano ai partner europei. Non è da escludere che gli Emirati stringano ancora di più legami con l’India, in questo sostenuti anche da Israele. L’Ucraina si è già fatta avanti con l’invio di tecnici per contrastare i droni iraniani. E se Hormuz rimane sotto controllo iraniano, resta un nodo politico: tutti i regni dovranno di nuovo accordarsi con la Repubblica islamica. Questa volta però, consapevoli della inaffidabilità degli Stati Uniti quali garanti della libertà di navigazione e delle misure contro Teheran.