Cinque elezioni in meno di quattro anni. Un record mondiale. Un “Re”, Benjamin “Bibi” Netanyahu, defenestrato, che punta alla vendetta più che a una rivincita. Una sinistra a pezzi, divisa tra governisti e puristi. Il variegato fronte delle destre che si prepara a una guerra senza esclusioni di colpi. Un Primo ministro, Naftali Bennett, che per rafforzare la sua immagine interna e internazionale, aveva provato a giocare, con qualche riscontro, anche la carta di mediatore con la Russia, che dopo averle tentate tutte per mantenere in vita la coalizione più eterogenea nella storia dello Stato ebraico, è costretto a gettare la spugna. Israele, dal caos al terremoto politico.

Il “governo del cambiamento” è durato 305 giorni. Ora è “the end”. E non c’è il lieto fine. Quella che si è aperta è molto più che una crisi politica. È una crisi di sistema. «Per un anno intero, gli israeliani hanno goduto di un governo che ha lavorato per loro, i cui membri hanno collaborato e si sono rispettati a vicenda anche quando erano in disaccordo. Il governo del cambiamento passerà alla storia come un tentativo di trovare i denominatori comuni, le aree di accordo, ciò che ci unisce cercando di mettere da parte le aree di disaccordo. Non è da escludere che fosse destinato a fallire proprio per questo motivo, dal momento che i problemi fondamentali di Israele non sono di quelli che possono essere messi in ghiaccio. A lungo termine, è impossibile ignorare l’occupazione, gli insediamenti, il tribalismo, i rapporti tra religione e Stato, le tensioni nazionali e i numerosi disaccordi tra i vari segmenti della società sul carattere e le politiche del Paese.[…] Il governo del cambiamento è riuscito a togliere la presa di Netanyahu dalla gola del Paese per un anno e una settimana. Ma ora che la Knesset si sta sciogliendo e saranno indette elezioni anticipate, il pericolo di un suo ritorno alla carica di Primo Ministro incombe. […]. L’ex procuratore generale Avichai Mendelblit, che decise di incriminarlo, una volta disse che “Netanyahu ha messo in pericolo la democrazia; ci siamo salvati solo per grazia di Dio».

Sono alcuni passaggi dell’editoriale di Haaretz, il più autorevole, assieme a Yediot Ahronot, giornale israeliano. L’ufficio di Bennett ha comunicato che il provvedimento che scioglie la Knesset – il Parlamento di Gerusalemme – sarà proposto allo stesso Parlamento la settimana prossima. Una volta approvato, il governo di transizione che condurrà a nuove elezioni generali sarà guidato da Yair Lapid, attuale ministro degli Esteri, come previsto dagli accordi legali di maggioranza. Al momento infatti Lapid, leader del partito laico centrista dello Yesh Atid, ricopre la carica di “premier alternato”, introdotta nel 2020, e secondo la legge avrebbe dovuto succedere a Bennet (leader della coalizione di destra Yamina) il 27 agosto del 2023. Sia Bennett sia Lapid hanno parlato, lunedì sera, alla nazione in diretta tv, dicendo di aver “esaurito le opzioni per stabilizzare la coalizione” di fronte alle continue ribellioni di deputati. La decisione di convocare nuove elezioni “non è stata facile” ma “è giusta”, ha detto il premier uscente, assicurando di aver “fatto tutto il possibile per far durare il governo più a lungo”. Ma quel tutto non è stato sufficiente.

Le nuove elezioni – dati i tempi imposti dalla legge e le festività ebraiche, che partono a fine settembre – dovrebbero tenersi alla fine di ottobre: sarà la quinta volta che gli israeliani verranno chiamati al voto in meno di quattro anni. «Abbiamo riportato alla ribalta l’onestà e dimostrato che è possibile mettere da parte i dissensi per un obiettivo comune. Non ho mai accettato che considerazioni di partito avessero il sopravvento su quelle nazionali», ha detto il premier dimissionario. L’obiettivo delle prossime elezioni è chiaro: impedire il ritorno al potere di Netanyahu e di condizionare gli interessi nazionali a quelli suoi personali, twitta il ministro della Giustizia Gideon Saar, ex likudnik. Una cosa è certa: la partita si giocherà ancora a destra. E la sinistra? Sradicata dal tessuto sociale israeliano, subalterna alla narrazione, oltre che alla politica, delle destre, in primis sulla pace, ha creduto di potersi risollevare dalla marginalità cavalcando il malessere popolare nei confronti dell”eterno” Netanyahu, il primo ministro politicamente più longevo nella storia d’Israele, abbracciando lo slogan della protesta: “Tutti, tranne Bibi”. Ma l’”anti” non paga. Una lezione che ci viene da Israele.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.