Divisi alla meta. Con la prospettiva, tutt’altro che remota, di nuove elezioni, le quinte in due anni, un record planetario. Israele guarda a destra, su questo il responso delle urne non si presta ad equivoci, ma su quel versante la frantumazione partitica e le ambizioni personali dei vari leader, rendono la strada in salita per “King Bibi”, al secolo Benjamin “Bibi” Netanyahu. Con il 90% dei voti scrutinati, il Likud, il partito di Netanyahu, è di gran lunga la prima forza alla Knesset (il Parlamento d’Israele) con 30 seggi.

Tredici in meno a Yash Aitid (17), il partito laico centrista di Yair Lapid. La sinistra ha vinto la battaglia della sopravvivenza, con il Labor accreditato di 7 seggi e il Meretz che sul filo di lana riesce a superare la soglia di sbarramento, il 3,25%, e raggiungere quota 5 (seggi). Il grande avversario delle ultime tre tornate, Benny Gantz, si è fermato a soli 8 seggi con il suo Kahol Lavan, un tracollo rispetto a un anno fa. Le grandi manovre post voto sono già iniziate. Vince ma non trionfa, Netanyahu. Nella lunga notte dello spoglio dei voti, quando le proiezioni si erano stabilizzate, “Bibi” appare in tv per annunciare la sua intenzione di formare «un governo di destra forte e stabile», quello voluto da «una netta maggioranza di cittadini israeliani». I toni trionfalistici usati dai suoi più stretti collaboratori dopo i primi exit polls, sono scomparsi. Netanyahu avverte che «l’unica alternativa ad un governo della destra guidato da me, è un quinto voto».

Parlando nella notte ai suoi sostenitori, il premier uscente – spiega il quotidiano Haaretz – ha voluto forzare i parlamentari a superare lo stallo determinato nelle quarte elezioni convocate in pochi mesi minacciando appunto un ricorso al quinto voto nel caso in cui non si riuscisse a formare il governo. Un pressing rivolto in particolare a Yamina, il partito dell’ambizioso “tecno-colono” Naftali Bennett, che con i suoi 7 seggi, costituisce l’ago della bilancia di queste elezioni. «È chiaro che la maggior parte degli israeliani è di destra e desidera un governo di destra forte e stabile», è il tasto su cui Netanyahu batte con più insistenza. Attualmente Yamina è esterno alla coalizione che appoggia Netanyahu: con i 7 seggi accreditati al partito di Bennett, il primo ministro uscente potrebbe contare sulla maggioranza di 61 parlamentari, sui 120 complessivi della Knesset. Ma senza il suo appoggio, Israele uscirebbe da questa nuova tornata elettorale con una nuova situazione di caos. Un caos accresciuto dal fatto che tra le varie sfumature di destra che compongono il fronte dei suoi sostenitori, ce ne sono di “impresentabili”, come Religious Zionism (6 seggi), il partito kahanista di ultradestra, dichiaratamente omofobico, anti arabo, che annovera nel pantheon dei propri “eroi” Yigal Amir, l’assassino di Yitzhak Rabin, e Baruch Goldstein, l’autore del massacro alla Tomba dei Patriarchi a Hebron del 1994, che causò la morte di 29 musulmani palestinesi in preghiera e il ferimento di altri 125.

Da parte sua, Bennett continua a predicare la massima cautela e non intende, per ora, svelare i suoi piani. «Farò solo ciò che è buono per lo Stato di Israele», ha detto in un comunicato ufficiale, aggiungendo di avere già avvertito Netanyahu che Yamina avrebbe aspettato i risultati finali prima di decidere i passi successivi. I risultati provvisori confermano il centrista Yesh Atid di Yair Lapid come la seconda formazione più votata nel Paese. Lapid si è detto “orgoglioso” degli “enormi” risultati del suo partito. «Ho già iniziato a tenere colloqui con alcuni dei leader del blocco per il cambiamento e continuerò nei prossimi giorni», ha detto, aggiungendo che farà «tutto il possibile per stabilire un governo sano nello Stato di Israele». Cruciale per Netanyahu può essere il sostegno del partito Ra’am del parlamentare arabo Mansour Abbas che, sorpresa dell’ultimo spoglio, passa la soglia di sbarramento e guadagna 5 seggi, Sarebbe la prima volta che le sorti di un governo israeliano dipendono da un partito arabo. «Io non escludo nessuno, se non chi mi esclude», dice Abbas nelle sue dichiarazioni. Un messaggio raccolto dal Likud. Tzachi Hanegbi, uno dei più stretti collaboratori di Netanyahu, ha affermato che il Likud potrebbe eventualmente formare una coalizione con il sostegno della Lista Araba Unita di Abbas.

In una intervista a Channel 12 News, Hanegbi spiega questa ipotesi non è in cima alle preferenze del Likud, ma sarebbe meglio di un quinto turno di elezioni. «Abbiamo presentato la nostra preferenza – ribadisce a Il Riformista Hanegbi, parlamentare rieletto – La nostra preferenza è un governo composto da almeno 61 membri della Knesset che sostengono le idee centrali del campo nazionalista. Spero che questo accada, ma se non dovesse succedere, altre strade restano aperte». E una di esse porta al “pragmatico” Abbas. Tutti guardano a Bennett, con motivazioni e speranze opposte. Il leader di Yamina (a destra) durante la campagna elettorale ha definito Netanyahu “un leader fallimentare” ma non ha mai escluso di entrare nella coalizione ed è già stato suo ministro. È lui, in pectore, l’anti-Bibi. Nella logica del “il nemico del mio nemico è mio amico”, passa in cavalleria che il “tecno-colono” sulle annessioni in Cisgiordania, per esempio, si spinga più in là del Likud, e vorrebbe prendersi quasi tutti i Territori “in Samaria e Giudea”.

A darne conto è perfino Haaretz, il quotidiano progressista di Tel Aviv, che nell’editoriale di ieri conclude così: «La buona notizia è che Meretz, Labor e Kahol Lavan non solo hanno superato la soglia elettorale ma lo hanno fatto agevolmente, con almeno sei seggi a testa e apparentemente anche di più. La cattiva notizia è che la destra si è rafforzata, e che anche se il paese è chiaramente diviso in due su Netanyahu, da un punto di vista ideologico, la sinistra è ancora in cattive condizioni. Le opinioni apertamente di destra di molti membri della Knesset nel blocco anti-Netanyahu li rendono buoni candidati a disertare verso il fronte pro-Bibi, la loro casa politica naturale. Possiamo solo sperare che quando Netanyahu cercherà di attirarli, loro, così come Bennett e i suoi colleghi di Yamina, si ricorderanno con chi hanno a che fare e qual è la posta in gioco.

Bennett, i suoi colleghi di Yamina e tutti i destri del campo “di chiunque tranne Bibi” hanno la responsabilità di fermare Netanyahu, che non esiterà a usare qualsiasi mezzo per sfuggire alla giustizia. Devono impedire la coalizione di governo dei suoi sogni, che sarebbe la più estremista, nazionalista della storia di Israele, con un’agenda che include il licenziamento del procuratore generale Avichai Mendelblit, l’arresto dei procedimenti legali contro Netanyahu, la distruzione delle istituzioni di governo, la marginalizzazione dell’Alta Corte di Giustizia. Questa è una battaglia per il paese, e dobbiamo sperare che scelgano di stare dalla parte giusta della storia».

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.