Caro Riformista, ho letto con interesse l’editoriale che Ciriaco Viggiano ha dedicato alle prospettive di un settore strategico per l’economia locale e nazionale come il turismo. Cosa sarà della Campania nei prossimi decenni? Verso quale modello di sviluppo orientarsi? Quali gli obiettivi a breve, medio e lungo termine? Queste domande meriterebbero una risposta chiara, perchè ogni azione e iniziativa dovrebbero essere funzionali a un progetto ispiratore. Invece la politica manca di respiro e progettualità. Mancano visioni.

Ed erroneamente riteniamo queste nostre terre povere, arretrate, prive di speranza per competere nello scacchiere internazionale. Malgrado l’orgoglio dei propri abitanti, regna infatti la rassegnazione a un destino di miseria e subalternità. Falso. La soluzione è tutta racchiusa in una parola: turismo. Per comprenderlo occorre anzitutto smettere di pensare al turismo come a un vezzo di piccole élites. Va definitivamente archiviata l’epoca di assessorati e ministeri allo sport-turismo-tempo libero e poi, di contro, quelli alle attività produttive.

Oggi, lo dicono tutti gli indicatori economici internazionali, il turismo evidenzia un trend di crescita senza paragoni con nessun altro settore economico. Genera i più consistenti flussi di transazioni internazionali e offre sul mercato mondiale del lavoro il più altro numero di posti. Va compreso che turismo non significa il solo volume d’affari generato dalla sommatoria di trasporti, alberghi, musei, ristoranti. Esso riesce ad attivare un meccanismo moltiplicatore nell’intero sistema economico locale e nazionale: costruzioni, trasporti, filiera agroalimentare-alimentare, industriale e tecnologico, professionale.

Non a caso negli Usa, proprio nelle due destinazioni che contano il maggior numero di visitatori, la sistemazione alberghiera (per altro di alto livello) e il food & beverage sono più a buon mercato. È tutto ciò che gira intorno a generare ricchezza. La sfida, dunque, è tutta nel sapersi attrezzare per competere a livello mondiale nella sfida ad attrarre i grandi flussi turistici. Compito non facile, data la certificata incompetenza di chi è deputato a gestire la politica in materia. New York, Londra, Berlino e quasi tutte le grandi metropoli occidentali (nonché le loro nazioni di riferimento) sono oggi propulsori di un medesimo modello di villaggio globale, con simili canoni estetici, culturali, linguistici, valoriali, sociali e politici frutto di un impianto, più o meno profondo o condivisibile, che rappresenta l’attuale mondo occidentale, la civiltà progressista e tecnologica.

Di contro, tanto Napoli quanto la Campania rappresentano invece, oltre che una sintesi perfetta di bellezze e testimonianze storiche, anche una unicità di stile di vita e di profondità di pensiero, tanto da non avere pari al mondo. Raffigurano un modello differente di “essere Occidente”, riconoscibilissimo da tutti e tuttavia originale, in grado di raccogliere e rappresentare il meglio della Tradizione europea e mediterranea, un’identità ancora fortissima e viva, irriducibile ai cliché e agli standard imperanti, pur mantenendosi saldamente in quello che un tempo veniva definito il Primo Mondo.

Questo è il motivo per il quale qualsiasi viaggiatore, nei tempi antichi come ai giorni nostri, non definisce la sua visita in città una gita ma un’esperienza di vita. Quindi l’identità come elemento attrattore. E, a sua volta, propulsore e diffusore di modelli alternativi. D’altronde, da sempre, il preminente interesse dell’uomo si coltiva nella scoperta del diverso, non nel banale ripetersi dell’uguale.