Ci vuole una certa forma di coraggio, oggi, per difendere un avversario. Carlo Calenda non ha mai fatto mistero della distanza che lo separa da Giuseppe Conte, e non è uomo da nascondersi dietro il velo della diplomazia. Eppure, proprio lui, sulla Commissione d’inchiesta sul Covid, ha scelto la strada più scomoda: quella di rifiutare la logica dello schieramento. E ha ragione. La pandemia non fu un errore: fu uno shock spaventoso. Arrivò come arrivano i cataclismi, senza manuali di istruzioni, e ci trovò tutti impreparati (governi, scienziati, cittadini). Che in quei mesi si siano commessi errori è certo, ovvio quanto banale: nessuno naviga senza carte in mezzo alla tempesta e ne esce con la rotta perfetta. Ma trasformare quella tragedia collettiva in un tribunale dove l’imputato è già designato per appartenenza politica, non è fare i conti con il passato. È usarlo. Nel peggiore dei modi.

C’è una parola che Calenda ha avuto il merito di pronunciare: ritorsione. Perché di questo, in fondo, si tratta. Non di verità cercata, ma di rivincita amministrata. Chi ha governato ieri paga oggi, in attesa magari che i ruoli si invertano domani. Una giustizia del contrappasso che non guarisce le ferite del Paese: le mantiene aperte facendone strumento politico. E poi c’è il dettaglio che duole più di tutti, quello che Calenda mette in fondo perché è lì che pesa: i medici, gli infermieri. Eroi per un giorno, dimenticati il giorno dopo. Applaudivamo dai balconi, e abbiamo smesso appena tornati liberi. Per loro nessun riconoscimento, nessuna gratitudine che durasse oltre l’emergenza. In fondo, il vero squallore non è nelle stanze dove si cercano colpe. È nella memoria corta di un Paese che ha rimosso i suoi debiti reali per coltivare i suoi rancori. Il randello politico ne è l’effetto.

Non usciremo migliori da quella stagione, ha ammesso Calenda. Il punto è tutto qui: c’è ancora margine per uscirne peggiori, e questa Commissione somiglia parecchio a un passo in quella direzione.