La Corte Costituzionale è stata chiara: i debiti delle amministrazioni comunali non si possono “spalmare” su un arco temporale di 27 anni, ma vanno ripianati nel giro di tre o cinque anni al massimo. È la seconda volta in un anno che la Consulta boccia la contabilità e fissa dei paletti al Comune: nel 2020 giudicò costituzionalmente illegittima la pratica di utilizzare le anticipazioni di liquidità dello Stato per abbattere il debito e non per pagare i fornitori. Messe insieme, queste due pronunce avrebbero dovuto suggerire, al Comune di Napoli e a tutti gli altri enti pubblici sull’orlo del default, una politica economico-finanziaria più cauta e lungimirante. O, almeno, avrebbero dovuto “imporre” la rimozione di sprechi, inefficienze e problemi strutturali che hanno fatto lievitare i debiti ben oltre il livello di guardia. Così non è andata e il motivo è presto detto. Sentenze come quella recentemente pronunciata dalla Corte Costituzionale allarmano l’opinione pubblica e la classe politica, soprattutto quelle convinte che il problema del debito dei Comuni possa essere sistematicamente aggirato facendo ricorso a proroghe, dilazioni e “aiutini” vari, magari facendo leva su imprevisti come il Covid.

Non a caso, ieri, il sindaco Luigi de Magistris ha bollato la sentenza della Consulta come «errata» e chiesto al Governo di «affrontare il tema dei bilanci comunali». Il paradosso, però, è che quelle pronunce allarmano “troppo” nel senso che, se da una parte impongono ai Comuni un maggior rigore nella gestione delle proprie casse, dall’altro spingono automaticamente il Governo nazionale a mettere a punto nuovi meccanismi in grado di salvare le amministrazioni locali dal crac. Ed è quello che, secondo voci di corridoio, starebbe accadendo in queste ore, con il premier Mario Draghi pronto a rimpinguare il fondo per i Comuni in predissesto.

In questa strategia, però, si annida un rischio che, nel corso degli anni, non è mai stato preso seriamente in considerazione. Mettere in sicurezza i Comuni che viaggiano a vele spiegate verso il default, magari garantendo loro più risorse economiche, è senza dubbio un obiettivo meritorio. Da un altro punto di vista, tuttavia, la storia dell’ultimo trentennio dimostra che quel “salvagente” non ha spinto amministrazioni comunali come quella di Napoli a invertire la rotta. E Il Riformista lo ha dimostrato e continua a dimostrarlo pressoché quotidianamente, dati alla mano. Oggi, per esempio, spieghiamo come la vendita di beni e servizi incida sul bilancio di Palazzo San Giacomo soltanto per l’1,83%: poco se si pensa che Milano lega a quella voce quasi il 17% della propria contabilità. Senza dimenticare che l’amministrazione partenopea riesce a riscuotere non più di 16 multe su cento.

Ma il pericolo è anche un altro: quello di mettere sullo stesso piano i Comuni che hanno almeno tentato di contenere l’espansione del debito, praticando politiche più rigorose e responsabili, e quelli che, confidando proprio nel sistematico aiuto da parte dello Stato, hanno continuato a condurre “esperimenti di finanza creativa” sulla pelle dei contribuenti. Ecco perché non c’è dubbio che il Governo debba in qualche modo sostenere i Comuni che altrimenti non potranno garantire i servizi essenziali ai cittadini. Ma è altrettanto necessario che gli amministratori locali si dimostrino più responsabili nell’offrire, a fronte di qualche iniezione di liquidità, l’addio a quelle scellerate che strategie politico-amministrative hanno avvicinato i Comuni alla bancarotta.

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.