Per quanto le guerre siano rimaste una costante nella relazione tra i popoli anche dopo il secondo conflitto mondiale, le recenti vicende belliche intercorse tra due grandi potenze, gli Usa e l’Iran, hanno fatto temere un inasprimento delle ostilità inarrestabile. Si è tornato a parlare di un pericolo mondiale, di armi, di vendette militari e civili. Come sempre, poco o niente si è detto del fatto che la guerra non riguarda solo popoli, culture, equilibri geopolitici, interessi economici, ma anche il rapporto tra i sessi. Eppure, già Virginia Woolf aveva dato ottimi suggerimenti di lettura in questa direzione, come del resto la riflessione femminista venuta dopo. Ma resta negli archivi. «… anche se molti istinti sono ritenuti patrimonio comune dell’uomo e della donna, combattere è sempre stata un’abitudine dell’uomo, non della donna. La legge e l’esercizio hanno sviluppato quella differenza, non importa se innata o accidentale (…) Saltano subito agli occhi tre ragioni che spingono il vostro sesso a combattere: la guerra è un mestiere; è una fonte di felicità e di esaltazione; è uno sbocco per le virtù virili (…) per numerosi che siano coloro che dissentono, la grande maggioranza del vostro sesso è favorevole alla guerra». (V. Woolf, Le tre ghinee).

Le fotografie che mostrano macerie e cadaveri, allora come oggi dicono che «il mondo pubblico e il mondo privato sono inseparabilmente collegati, che le tirannie dell’uno sono le tirannie e i servilismi dell’altro». Le ragioni delle guerre – e quindi i modi per evitarle – cominciano, prima ancora che nei contesti storici, politici, economici in cui avvengono, nei pensieri, nei sentimenti precocemente acquisiti di donne e uomini comuni. È lì che bisogna avere il coraggio di guardare, forzando l’analisi e la parola a dar conto di un retroterra che sembra lontano ed estraneo ai bagliori mortali dei bombardamenti, ma che sempre li prepara attraverso i giochi dei bambini, la tirannia infantile di un padre, l’invasività di un amore materno. Non si spiegherebbe altrimenti perché le immagini più accattivanti, strumento facile dei media per ottenere consensi alla “bontà” delle armi, siano, oppositivamente, le meraviglie tecnologiche dell’aeronautica e le sofferenze impresse nei corpi, che il senso comune vuole “innocenti”, di donne, vecchi e bambini.

Anche se sembra paradossale, nella guerra – diceva Freud nel carteggio con Einstein- «conservazione e distruzione sono meno polarizzate di quanto sembri», una distruzione «messa al servizio di chi si ama». Oggi, quel tragico annodamento di amore e odio va sotto vari nomi: è “guerra umanitaria”, sicurezza dei propri cittadini, liberazione di popoli oppressi da dittature. Quello che non si dice è che le guerre o le minacce di guerre sono in ogni caso un “diversivo” rispetto al disagio sociale, ma anche a manifestazioni volte al cambiamento di rapporti di potere, che si tratti di governi autoritari, corrotti, o di violenza sessista. Ne sono prova la ripresa delle manifestazioni studentesche contro il regime a Teheran, dopo l’abbattimento dell’aereo ucraino e la resistenza delle donne kurde, ma sicuramente non secondario sull’avanzamento di politiche sempre più repressive, razziste e classiste, è il protagonismo delle donne e la diffusione del femminismo in ogni parte del mondo. Si tratta di un terremoto che oggi interroga la virilità, dai rapporti intimi alle sue ricadute sociali e politiche, e mette in crisi una comunità maschile sempre più incerta dei suoi privilegi. Quale politica, sia pure di stampo fascista, può competere con la guerra nel riportare in auge valori tradizionali di patria, famiglia, ruoli e identità di genere?

In una lettera inedita degli anni 50 Franco Matacotta scriveva a Sibilla Aleramo: «Della nostra lunga storia si salvano soltanto due stagioni, una mia, una tua. La mia, quando tornai tra la mia gente, che combatteva contro i tedeschi per sopravvivere e mi unii a loro, fui uno di loro. Sentii allora, e con vergogna, quanto la nostra falsa vita e la nostra cultura mi avevano distaccato dalla mia vera e concreta essenza di uomo. La tua quando nell’inverno di Roma occupata, sei rimasta finalmente senza di me, dotata solo della tua forza e della tua sofferenza, che era la forza e la sofferenza di altre donne intorno a te, uguali a te (…) le donne e le madri che si angustiavano per i due chilogrammi di pane da dare ai loro figli».