La guerra, se per un verso irrompe nella civiltà come una forza misteriosa e devastatrice, ha anche l’effetto tranquillizzante di un ritorno alla “norma”: restituisce l’individuo al gruppo, il maschio alla comunità dei suoi simili, perché sia uomo con altri uomini, la donna al suo ruolo di madre, custode della vita, retrovia indispensabile di tutti gli eserciti. Tornano ad affacciarsi due “altruismi”: il sacrificio maschile per la patria e quello femminile per la prole. Sotto i colpi della virilità guerresca cade l’esperienza del singolo, che appare ora solo ripiegamento egoistico, sbiadisce la cultura al cospetto di una causa più alta, si ritrae quel poco di reciprocità tra i sessi che viene da una idea di creatività meno vincolata al destino biologico.

Scriveva ancora Matacotta: «Sono stato forse un uomo? Chi non genera un figlio non può chiamarsi uomo (…) lo sappiamo nei momenti più duri della nostra dura guerra. Chi ha combattuto, chi ha più vinto, sono stati colori che hanno combattuto per qualcuno, per i propri figli». Non sono solo purtroppo i nazionalismi a esaltare l’ideale virile e la gerarchia tra i sessi. Anche le guerre di liberazione da regimi totalitari ereditano tracce di dominio e di violenza: gli stupri e i femminicidi non conoscono patria né cause giuste, non rispettano tregue o tempi di pace. Soprattutto, hanno ancora il loro luogo “naturale”, o legittimato come tale, tra le mura domestiche.

Alcuni giorni fa, mentre un drone azionato da mani “innocenti” attraverso un computer uccideva il generale iraniano Soleimani, nelle case a due uomini, uno a Bari e l’altro a Catania, bastavano una pistola e un bastone per uccidere le rispettive mogli. Rimasugli, effetti collaterali di quella violenza maggiore che è la guerra, o il suo intramontabile retaggio arcaico, fondamento della nascita stessa della politica?