Vendetta, tremenda vendetta: firmato Nino Di Matteo. Pagherete caro, pagherete tutto: firmato Marco Travaglio. Che bello scompiglio tra le quinte del clamoroso benservito dato dal Csm a Piercamillo Davigo. Non per la silenziosa ma ferma moral suasion del presidente Mattarella sul suo vice David Ermini né per il pollice verso dei due vertici della cassazione, Canzio e Salvi. Ma per il Bruto che aveva banchettato al regno del principe, aveva assaporato uno per uno i voti che Davigo gli aveva procacciato per farlo trionfare in un’elezione suppletiva dello stesso Csm, e ora, dopo aver schiaffeggiato il gallo per farlo cantare, lo aveva pugnalato a morte.

Nino Di Matteo, il pupillo giovane (che in realtà ha solo una decina d’anni meno di Davigo), acciuffato per i capelli dal suo mentore dopo una serie di delusioni. Perché non era diventato il ministro dei Cinque stelle e neanche presidente del Dap né capo di una qualche procura antimafia. Era stato poi cacciato dal procuratore nazionale antimafia Cafiero de Raho dal pool sui “mandanti” delle stragi in quanto troppo chiacchierone. Roba da depressione permanente. Ma ecco che Davigo prende il “giovane” Di Matteo per la collottola e gli regala il posticino al Csm.

Facendo i conti con il pallottoliere, pur con i vertici schierati contro, Piercamillo Davigo, pur spogliato della toga in occasione del settantesimo compleanno, sarebbe oggi ancora sul suo scranno di consigliere. Se il suo allievo Nino Di Matteo non avesse gridato vendetta, tremenda vendetta e non lo avesse pugnalato. Se ne è accorto subito Marco Travaglio, cui il voto del Csm ha tolto qualche chilo di pelle dal corpo, portandolo quasi alle lacrime. E non limitandosi, questa volta, alla solita tiritera contro “i correntocrati della destra e della sinistra”, e poi tutti noi delinquenti e garantisti “pelosi”. A tal proposito, caro Marcolino, dà pure della “pelosa” a tua zia, ma non ti permettere con me, chiaro?

Questa volta il direttore del Fatto colpisce sotto la cintura anche un suo (ex?) amico, e regala solo due aggettivi a Nino Di Matteo, «inspiegabile e sconcertante». Eppure la capacità intuitiva non gli manca. Dov’era Piercamillo Davigo mentre il pm più scortato d’Italia piangeva ogni domenica sera da Massimo Giletti per non essere diventato capo del Dipartimento dell’amministrazione carceraria quando il ministro Bonafede glielo aveva proposto, preferendogli alla fine il dottor Basentini? Mai si era sentita la voce di Davigo unirsi alla protesta, in quei giorni. E quando infine, proprio in seguito a quelle trasmissioni e alla grande canea conseguente a qualche sospensione di pena per detenuti anziani e malati, anche Basentini era stato cacciato e si aprivano le porte per Di Matteo, che cosa ha fatto in suo favore Davigo?

Niente, assolutamente niente. Così quel niente è stato ricambiato. Vendetta, tremenda vendetta. Perdo io e perdi tu. Ma può essere che un boomerang aleggi oggi sulla testa di Di Matteo. Lo si intravede nelle parole finali del lugubre canto di Marco Travaglio. Tutti questi traditori, scrive, «un giorno si accorgeranno di non aver colpito Davigo ma l’idea stessa di Magistratura, come non riuscirebbero a fare neppure mille Palamara. E forse un giorno si vergogneranno». La guerra non è finita. Pagherete caro, pagherete tutto, si sarebbe detto una volta. Fossimo in Di Matteo staremmo attenti. Non con la scorta, ma con il curriculum.