A fine mattinata a palazzo Chigi non resta che fare buon viso a cattiva sorte. E cercare di stoppare subito le polemiche durissime che da domenica pomeriggio sono piovute sul nuovo governo che al suo primo atto sembra confermare le debolezze del precedente. Affidano così un breve comunicato all’agenzia Agi: «La decisione sulla chiusura degli impianti sciistici a causa del rischio di maggiore trasmissibilità del virus legato alla variante inglese – si legge – è stata adottata in base alle informazioni fornite dal Cts e condivisa dal governo e dal presidente del Consiglio, Mario Draghi». Punto. Per il resto del giorno nessuno aggiungerà una sillaba.

È chiaro che lo scherzetto dello sci e della montagna aperta/chiusa è un velenosissimo colpo di coda del Conte 2. E chissà cos’altro salterà fuori aprendo i cassetti di un governo che, sia detto senza offesa per nessuno, ha soprattutto rinviato le decisioni. Serve allora una breve ricostruzione dei fatti con fonti dirette e di primo piano nella gestione della pandemia. Il punto è che la decisione di non riaprire la montagna, se condivisa da governo e regioni, poteva essere presa almeno dieci giorni fa. È invece spuntata all’improvviso intorno alle 6 di domenica pomeriggio la circolare firmata dal neo confermato ministro Speranza che ferma per le terza volta nella stagione il turismo sulla neve.
Le prove di una tempistica per l’ennesima volta sbagliata sono nei documenti. Ieri lo stesso ministero della Salute ha diffuso la relazione tecnica del 4 febbraio.

Un report di cinque pagine nelle cui conclusioni si legge che «secondo lo studio “Prevalenza della variante UK nel contesto italiano” dove la vaccinazione procede in modo non sufficiente la diffusione di varianti a maggiore trasmissibilità può avere un impatto rilevante se non vengono adottate misure di mitigazione adeguata». La raccomandazione è di «intervenire per contenere e rallentare la diffusione della variante UK rafforzando/innalzando le misure in tutto il Paese». In poche parole il 4 febbraio i tecnici, grafici alla mano, raccomandavano “nuove chiusure”. Tra cui, da dieci giorni, ballano la montagna, i ristoranti e anche cinema e teatri. Molte regioni sono infatti in pressing per graduali riaperture funzionali, tra l’altro, a diluire il consumo di beni e servizi di cui la popolazione non è più intenzionata a fare a meno. La gente vede che le curve sono stabili. E, soprattutto, chiede di essere vaccinata.

Il report è stato diffuso ieri. Come dire che il rischio di nuovi stop era nell’aria da tempo. Invece, complice la crisi di governo e il fatto che nessuno si è voluto sporcare le mani con misure impopolari in una fase così delicata, la questione non è stata più affrontata. Non nelle sedi ufficiali, almeno. Nè dal ministro nè dal premier dimissionari.
Unico “grillo parlante” è stato il viceministro Pierpaolo Sileri di cui si trovano varie interviste scritte e tv in cui il medico prestato alla politica non ha smesso di ricordare che sul tavolo del decisore politico restavano aperti, nonostante la crisi, dossier urgenti come lo sci, i ristoranti, palestre, cinema. Settori interi chiusi da mesi che attendono risposte chiare. Tra questi anche il nodo delle vaccinazioni per i medici liberi professionisti. Nel frattempo gli operatori della montagna hanno applicato le misure di contenimento approvate a metà gennaio dal Cts per cui lo sci amatoriale poteva riaprire con precise limitazioni nella capienza degli impianti di risalita, nella modalità di acquisizione dei biglietti e nell’accesso ai rifugi.

Il tema chiusure fa invece capolino tra i titoli della crisi di governo solo giovedì 11. L’ultimo consiglio dei ministri del Conte 2 decide di far slittare la liberalizzazione dei passaggi da una regione all’altra al 25 febbraio. Non è chiaro se già in quel Cdm il ministro Speranza porta la relazione sulla presunta gravità delle varianti e quindi il nodo apertura montagna. In quelle ore Speranza, tra l’altro, non ha alcuna certezza di essere riconfermato. Anzi, Lega e Forza Italia chiedono una “forte discontinuità” nella gestione della pandemia. Chiedono la sostituzione di Speranza e del commissario Arcuri. I gruppi parlamentari di Liberi e Uguali alzano le barricate: se Speranza non sarà confermato minacciano di stare fuori dalla maggioranza. Si fanno sentire pezzi da novanta come Bersani e D’Alema.

La Sanità è un avamposto che Leu non vuol perdere. C’è da capire, allora, perchè il ministro dimissionario ha silenziato per giorni i problemi: perché farsi carico di un’ulteriore dose di impopolarità mentre si decide chi dovrà gestire la pandemia? Arriviamo a venerdì sera. Draghi legge la lista dei ministri. Leu tira un sospiro di sollievo. Speranza pure anche se il suo è certamente l’incarico più scomodo e più difficile. Sabato alle 14 il primo consiglio dei ministri. A quel punto buon senso avrebbe voluto che il tema chiusure fosse portato subito al tavolo del nuovo governo. E invece nulla. “Non ne abbiamo parlato” confermano due diversi ministri. Tutto rinviato a domenica pomeriggio. A poche ore dalla riapertura di impianti e piste di sci per cui gli operatori hanno fatto investimenti importanti.

È chiaro che il ministro Speranza ha condiviso il dossier con il premier. E ci mancherebbe altro. Lo ha fatto però nei tempi sbagliati. Lo ha ritardato fino alla fine. Inevitabile che questo slittamento abbia fornito benzina non solo a Fratelli d’Italia, unica forza di opposizione, ma a Salvini, che è in maggioranza, e agli stessi governatori. Il presidente della Conferenza Stato-regioni Stefano Bonaccini è stato molto severo: «Tutto sbagliato, a cominciare dal metodo e dai tempi». Oltre a tutto questo, infatti, la beffa di Walter Ricciardi, consigliere del ministro Speranza, che da domenica rilascia interviste tv e sui giornali in cui ordina nei fatti al governo Draghi «un nuovo ricorso al lockdown».

Il premier non parla. È però certamente indispettito per come sono andate le cose. Per uno scarica barile poco istituzionale e responsabile. Arrivato a palazzo Chigi ieri mattina alle 9, ha lavorato sui contenuti del discorso per la fiducia che pronuncerà mercoledì mattina al Senato (e giovedì alla Camera). Ha lavorato alla composizione dello staff, decisivo per far funzionare la macchina ed evitare altre sorpresine tipo questa. Capo di gabinetto sarà Antonio Funiciello, già chief of staff del premier Gentiloni, esperienza da cui è nato un libro imperdibile (Il metodo Machiavelli Rizzoli) per chi è appassionato di politica. Verso la conferma Roberto Chieppa, Segretario generale di Palazzo Chigi nell’ultimo governo Conte. Nulla si sa, ancora, sul Capo della comunicazione. Mentre i social continuano a restare silenti. Nel mirino sarebbero anche incarichi chiave del ministero della Salute e dell’Aifa.

Un altro dossier importante è quello sulle nomine di viceministri e sottosegretari. I partiti vorrebbero avere mano libera su quelle caselle per soddisfare le richieste interne. Il Pd ha aperta la questione donne che non hanno toccato palla nella partita di governo. Il premier però vuole dire la sua e scegliere profili tecnici per caselle chiave nella gestione della macchina di governo. Ma sono i vaccini il dossier che Draghi cerca di portare avanti più di ogni altro insieme ai Ristori e alle misure di contenimento. «I vaccini sono la prima misura economica di cui ha bisogno il nostro paese» aveva detto durante le consultazioni convinto del fatto che «presto dall’Europa potrebbero arrivare buone notizie».

Intanto, l’Italia deve rendersi autonoma nella produzione. È anche un modo per creare lavoro di qualità. Venerdì Draghi farà il suo “debutto” in qualità di premier al summit del G7. Al primo punto dell’agenda la cooperazione nella battaglia contro la pandemia e nella partita sulle campagne di vaccinazioni anti Covid. Dovrebbe arrivare da qui una prima buona notizia per il governo Draghi.