Ma perché non mi hanno avvertito? Ma perché il Capo dello Stato non mi ha fatto un cenno, almeno uno squillo? Mi sarei dimesso immediatamente, dice colui che ha appena presentato un ricorso al Tar e non pare intenzionato a revocarlo. Ecco Piercamillo Davigo in versione giardinetto. Pensionato dal 20 ottobre e già ospite di Corrado Formigli, della cui trasmissione è commensale abituale, a onor del vero. È il grande sconfitto nel grande circo della politica degli uomini in toga. Cioè di quelli che non sono secondi agli uomini di partito non solo per ideologia e abitudini quotidiane, come ci ha spiegato in lungo e in largo il dottor Luca Palamara, ma anche per capacità di intrighi, accordi e tradimenti. E che lo hanno appena pugnalato senza avvertimento e quindi alle spalle.

Ha perfettamente ragione a essere imbufalito, l’ex pm di quella “Mani Pulite” di cui ha esibito la filosofia fino all’ultimo, come il giapponese che ha continuato a combattere nella foresta pur venticinque anni dopo la fine della guerra. Arrabbiato e sconcertato, un colpo così non se lo sarebbe mai aspettato. Non solo aveva i numeri sulla carta per vincere con sicura maggioranza la sua battaglia per restare all’interno del Csm anche senza la toga, da pensionato. Ma aveva ricevuto segnali inequivocabili. Prima di tutto da quel comitato di presidenza che si è poi mosso contro di lui come un carro armato. Il vice di Sergio Mattarella, quel Davide Ermini, esponente del Pd la cui elezione al vertice non era stata estranea al gioco delle correnti in cui, se Palamara era stato maestro, Davigo non era secondo a nessuno.

E poi il primo presidente della corte di cassazione Pietro Curzio e il procuratore Giovanni Salvi. Voti inaspettati? Davigo ha un guizzo: “Se segnali avevo avuto…”. Intende dire con molta chiarezza che dall’alto aveva addirittura ricevuto rassicurazioni: quel posto sarebbe rimasto suo. È evidente che i casi sono solo due. O nessuno, compresi i vertici del Csm, immaginava che il Presidente Sergio Mattarella sarebbe intervenuto con tanta decisione con il suo pollice verso. Oppure il povero Davigo è stato proprio preso in giro. Prima lo hanno tranquillizzato, poi gli hanno preparato lo sgambetto proprio all’ultimo momento. Il famoso piattino che si serve freddo.

È per questo che lui oggi dice: bastava dirmelo, bastava un cenno del presidente, e mi sarei dimesso. Già, perché lui ha fatto anche la brutta figura (il che fa sospettare una qualche malizia da parte di qualcuno che gli vuole proprio male) di quello attaccato ai soldi e alla poltrona. È sconcertato, si credeva più potente di quello che sia in realtà. E la sua faccia si impietrisce quando Formigli (che se ne accorge e lascia cadere subito l’argomento) lo mette di fronte al tradimento di Nino Di Matteo, il suo pupillo, quello per il quale lui si è speso, portandolo con sé al Csm e procurandogli una barca di voti. Si impietrisce e, senza far nomi, sibila qualcosa che grida vendetta. Tradito? «Debbo credere che tutti abbiano agito con senso delle istituzioni, con scienza e coscienza…». Debbo credere ma non ci credo, brutto traditore, dice il fumetto della sua faccia di pietra.

Dei trenta minuti del breve film di Davigo ai giardinetti, la simpatia che suscita in quanto uomo sconfitto non può durare più di tanto. Perché non appena riesce a rilassarsi e a scacciare per qualche minuto la nube nera che lo accompagna come quella dell’impiegato che perseguitava il povero Fantozzi, riecco il liquido verdognolo che esce dall’angolo della bocca. E ritorna quello che ci considera tutti delinquenti, tranne lui. I testi di Palamara? «Non erano conferenti». Proprio come l’altro giorno al supermercato (unica favoletta che racconta, questa volta) quando, avendo detto il fruttivendolo a un acquirente di mettersi la mascherina, non era “conferente” che quello si giustificasse dicendo che un altro toccava la verdura senza guanti. Lei intanto si metta la mascherina, intimò il fruttivendolo-Davigo. E non cerchi di portarmi testimoni “inconferenti”.

Inutili? Propensi alla falsità? O solo stonati? Il resto è “davigheide”. Finché IO (maiuscolo) ho montato la guardia, dal guado non è passato nessuno. Non sono gradito a quelli di cui mi sono occupato. Se uno è corrotto, lo è per sempre. Rifarei tutto esattamente nel modo in cui l’ho fatto. Per quarantadue anni. Amen. Arrivederci alla prossima puntata ai giardinetti. Che ci sarà. Con o senza Formigli.