La foto di un’aula del Tribunale di Coblenza, in Germania, campeggia sulle pagine social di moltissimi penalisti napoletani. E sotto la didascalia: “In aula si può”. È una foto che i legali partenopei stanno eleggendo in queste ore a modello di un’idea di processo penale che in tempi di pandemia da Covid-19 potrebbe continuare a essere celebrato nella sua sede naturale: il tribunale. La foto sembra scattata nei giorni scorsi e ritrae un’aula di giustizia con barriere in plexiglass a delimitare le distanze di sicurezza anti-contagio. Gli avvocati la condividono per rafforzare la propria tesi che è contraria al processo penale telematico, cioè a distanza, celebrato dietro al monitor di un computer.

In vista del flash-mob di protesta davanti al Palazzo di Giustizia che stanno organizzando per il 5 maggio, i penalisti napoletani hanno sottoscritto un documento, in sintesi le linee guida per la fase 2 della giustizia dal loro punto di vista. È una proposta, nata da un’iniziativa dei penalisti Claudio Botti, Eduardo Cardillo, Stefano Montone e Alfonso Tatarano, per dire sì alla sola digitalizzazione di fascicoli e alle sole comunicazioni, depositi e impugnazioni via pec anche se – sottolineano – “gli uffici giudiziari napoletani presentano ritardi drammatici rispetto alla concretizzazione di progetti che risalgono già a diversi anni e per richiedere la copia di una sentenza, ma anche solo controllare l’esito di un’udienza, non si hanno alternative a recarsi in tribunale. E anche in questi giorni di congelamento delle attività ordinarie sono tantissime le cancellerie che ancora non hanno comunicato via pec i rinvii delle udienze”.

“Noi – aggiungono – l’11 maggio vogliamo tornare in aula”. E in più “attendiamo informazioni e garanzie sulla sanificazione realizzata fino a oggi, su come si intende preservare l’agibilità del Palazzo di Giustizia tenendo conto della dislocazione degli uffici in verticale e sulla regolazione oraria delle udienze”. I penalisti Alfonso Trapuzzano e Giuseppe Scarpa aggiungono una riflessione su un altro aspetto del dibattito, forse finora poco esplorato: la pubblicità delle udienze nel processo penale.

“I provvedimenti adottati con l’ausilio di procedure da remoto dovranno essere emessi nel nome di qualsivoglia ente o soggetto, ma non nel nome del popolo italiano”, osservano Trapuzzano e Scarpa sottolineando che “con il metodo da remoto si trascura, con ogni certezza, il vero protagonista del processo penale: non il giudice, non il pubblico ministero, non l’avvocato, non la vittima e neanche, a sorpresa, l’imputato. Il protagonista del processo penale si chiama popolo italiano”.

Partendo da un’antica pronuncia della Consulta, la 25 del 1965 che evidenziava come la regola della pubblicità dei dibattimenti giudiziari fosse coerente con i principi di un ordinamento democratico, e citando la Corte Europea i due penalisti evidenziano che “la pubblicità rappresenta la tutela contro una giustizia segreta in quanto mezzo per realizzare la trasparenza dell’amministrazione della giustizia”. Di qui la volontà degli avvocati di tenere il processo in un luogo facilmente accessibile, in un’aula capace di contenere un certo numero di spettatori normalmente raggiungibile. Quindi, il Tribunale.