Adesso la riforma della giustizia è diventata una trappola. Il partito dei Pm non la vuole, perché sfiora – sfiora appena, ma per loro è sufficiente – i privilegi e la intoccabilità delle toghe. I partiti più o meno garantisti, provocati dall’attacco dei Pm, che minacciano addirittura lo sciopero, hanno iniziato a reagire e a dire che il re è nudo. Cioè che la riforma è acqua fresca, o al massimo appena tiepida. Che serve una riforma molto più radicale, che colpisca davvero lo strapotere delle Procure. Alla testa di queste contestazioni ieri si è posto Matteo Renzi che ha detto alla ministra Cartabia: o si rimettono le mani sull’accordo o il mio partito non lo vota.

A far saltare il coperchio del pentolone, che era stato appena chiuso con l’accordo raggiunto pochi giorni fa tra i principali partiti di maggioranza, è stato l’emendamento Salva-Salvi, presentato direttamente dal ministero all’ultimo minuto. Di che si tratta? Del solito emendamento (ne fu presentato uno, tempo fa, persino ad una delle leggi speciali anti-covid) che prevede l’innalzamento dell’età della pensione per i magistrati dai 70 ai 72 anni. Il partito dei Pm tiene molto a questo emendamento e – dicono le persone che conoscono i segreti – lo ha imposto al ministero grazie al potere che nel ministero ha il Pd, longa manus di Md (magistratura democratica: la corrente di sinistra), la quale Md è il gruppo più interessato a questo emendamento. Perché? Proprio per la questione legata al nome col quale è stato battezzato questo emendamento: il Salva-Salvi. Sapete tutti chi è Giovanni Salvi. Il numero 1, diciamo così, della magistratura. Cioè il Procuratore generale della Cassazione. Salvi a luglio compie 70 anni e deve andare in pensione. Il suo allontanamento dalla magistratura rischia di essere un cataclisma che scuote tutti i rapporti di forza dentro la magistratura, cioè tra le correnti che la governano.

Salvi oggi è il punto di riferimento, la roccia – nel sistema delle correnti – di Magistratura democratica, che per anni ha dominato il sistema giustizia, e col sistema giustizia ha dominato la politica e in parte anche l’economia. Magistratura democratica fino a pochi mesi fa aveva saldamente nelle sue mani le tra Grandi Procure. Quelle che contano e che sono la spada di Damocle che spinge la politica ad obbedire ai Pm: Milano, Roma e Napoli. In un breve tempo, nel giro di pochi mesi, Md ha perso Roma e Milano, dove prima è caduto Michele Prestipino e poi si è allontanato (inseguìto dalla bufera, ma in realtà anche lui solo per ragioni di età) Francesco Greco. Resta solo Napoli, ma anche Napoli potrebbe finire a un’altra corrente se l’attuale procuratore Melillo, come dicono le voci, dovesse trasferirsi alla Procura nazionale antimafia, lasciando libera la poltrona.

In queste condizioni il potere di Md si sgretola. Perde tutte le leve. L’unica salvezza sta nello stringersi attorno a Salvi, che oltre ad essere il Pg della Cassazione è anche persona di robustissima statura politica, sia per la sua storia, sia per la sua cultura, sia per il suo carisma. Se se ne va, Md resta orfana e sbandata. In ogni caso il contrattacco di Renzi ha sventato l’operazione. La Cartabia ha annunciato che ritira l’emendamento. E al voto andrà la riformetta così come definita nell’accordo. Renzi ha fatto sapere che comunque se la riforma resta nella sua versione “mignon” non la voterà. I suoi voti non sono decisivi, la riforma, se nessun altro si aggiungerà al dissenso renziano, sarà approvata, ma la ferita resta. E si allarga se davvero le toghe arriveranno al braccio di ferro. Se dichiarassero lo sciopero, compirebbero, come è del tutto evidente, un atto eversivo. Che scuoterebbe la stabilità politica. L’ordine giudiziario che si ribella al Parlamento e ne contesta le scelte, con una clamorosa e dichiarata invasione di campo, non è una situazione ordinaria.

Si arriverà davvero a questo punto? Con che argomentazione? L’argomento delle toghe è uno solo: è inaccettabile che il lavoro dei magistrati sia sottoposto a un regolare giudizio di efficienza. Questo, dicono le toghe, mette in discussione l’autonomia della magistratura. Le toghe ritengono che autonomia significhi “assolutismo”. Cioè potere e compiti incontrollati e incontrollabili. Come, appunto, ai tempi del re Sole. Come nelle dittature. Tutto questo avviene mentre la credibilità della magistratura scende, scende, scende. Lo ha detto Mattarella, giorni fa lo ha detto anche il papa. E lo dicono i sondaggi. L’ultimo, di Mannheimer, dice che la credibilità della magistratura è ai minimi termini, ma che scenderà ancora in caso di sciopero.

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.