Forse ritengono di essere dei missionari baciati dalla fortuna e non dei professionisti da valutare per le capacità, tutti questi magistrati che, a partire da quelli del sindacato (Anm) fino a quelli dell’aristocrazia del Csm, rifiutano di essere giudicati. Vogliono continuare a essere promossi almeno nella misura del 99%. Vogliono decidere sulla vita degli altri, ma nessuno può valutare la loro. Sono tutti quelli che non vogliono mai cambiamenti, perché godono di privilegi per loro irrinunciabili, e soprattutto non vogliono che nessuno possa giudicare il loro lavoro. Se fai un blitz con 300 arresti e il tribunale del riesame ne boccia la metà, devi essere promosso lo stesso.

Se continui a far arrestare persone che poi vengono assolte, la tua progressione in carriera è ugualmente assicurata, come è successo ai persecutori di Enzo Tortora. Questa è la situazione oggi. Ma qualcosa ora cambierà, grazie a un emendamento alla riforma dell’ordinamento giudiziario del deputato Enrico Costa, che ha raccolto il consenso del ministro Guardasigilli e di tutti i partiti. Pur in una situazione surreale nella Commissione giustizia della Camera dei deputati che dovrebbe licenziare la riforma, e non ci riesce. Con la ministra Cartabia costretta a un corpo a corpo quotidiano con i rappresentanti dei gruppi, alcuni dei quali vorrebbero una vera riforma priva dei condizionamenti della casta togata. Con il Presidente del Consiglio Draghi costretto a fare “giurin giuretta” e a impegnarsi a non chiedere la fiducia sul provvedimento. Con i senatori sconcertati perché viene loro chiesto di trasformarsi in passacarte dei deputati e di ingoiare norme preconfezionate senza osare mai di apporre modifiche. Con tutto questo, che sa di sconfitta per chi nella possibilità di cambiamento crede davvero, anche nel momento in cui la giustizia e la stessa magistratura godono dei minimi storici nell’apprezzamento dei cittadini, ecco spuntare all’orizzonte qualcosa di positivo. Il fascicolo del magistrato.

Accade qualcosa di straordinario, di rivoluzionario. Prima di tutto perché si è trovato un accordo tra il governo e tutti i partiti. Poi perché il subbuglio che si sta creando nel mondo delle toghe, sia in quello organizzato del sindacato e del Csm, sia nella spontaneità della base, pare non scalfire le intese raggiunte in sede politica. La carriera prima di tutto. Guai a toccare quella dei magistrati. Basta ricordare il prezzo salatissimo che sta pagando ancora oggi Matteo Renzi da quando, da Presidente del consiglio, aveva osato intervenire sulla lunghezza delle ferie delle toghe e da quando, di fronte alle loro proteste, aveva esclamato quel “brr che paura”, un’ironia che gli è costata cara. Per non parlare di Silvio Berlusconi, da sempre sostenitore della separazione delle carriere, o almeno delle funzioni, tra giudici e pubblici ministeri. Un tema che è oggetto dei referendum indetti da radicali e Lega, ma anche di timide proposte di riforma in Parlamento.

Quanti passaggi può fare nel corso della sua carriera l’avvocato dell’accusa verso lo scranno del giudice? Non c’è accordo. E poi, quale sorte deve avere nel suo futuro la toga che è stata prestata alla politica? Può tornare indietro, a giudicare in modo imparziale, dopo aver indossato la veste del politico? Bisognerebbe almeno evitare il ripetersi dei casi come quello di Augusto Minzolini, oggi direttore del Giornale, che si ritrovò a essere giudicato in tribunale da un ex avversario politico del Senato. E ancora –indovinello degli indovinelli- quale sistema elettorale per il Csm dopo gli scandali correntizi denunciati da Luca Palamara? In linea teorica l’ipotesi del sorteggio (che comunque la ministra Cartabia, che ne ha pieno titolo, ritiene incostituzionale) non è una trovata brillante. Ma in questa fase di transizione, e con il rinnovo del Csm previsto per il prossimo luglio, è l’unica soluzione, nella sua forma “temperata”, come pensata dai partiti che la sostengono. E’ un gioco al ribasso, certo, ma adeguato ai tempi.

Se il sorteggio non garantisce vere selezioni sulla base di meriti e capacità, a questo provvederà l’istituzione del “fascicolo del magistrato”, utile per il futuro anche per valutare al meglio i giudici e i pubblici ministeri più adatti per gli incarichi direttivi. La ribellione in atto tra le toghe fa pensare un po’ alla classe degli asini, come se nessuno volesse andare alla lavagna a mostrare quel che sa perché non ha studiato. Poiché questo in gran parte non è vero, perché sono tantissimi i magistrati preparati ed efficienti, quale è quindi il timore? La carriera, che vuol dire anche progressioni di stipendio e di pensione. Altro che missionari! Il fascicolo sarà una fotografia della carriera del magistrato. Aiuterà a distinguere quelli bravi dagli asini. Un po’ come quella che accompagna tutto il percorso lavorativo di un manager o un professionista. E dovrebbe essere nell’interesse di ogni singolo operatore di giustizia il fatto di essere giudicati per quel che si è fatto e quel che si sa fare invece che fare sempre la parte dei raccomandati dalla propria corrente di appartenenza politica. Non è umiliante vedere ogni anno quel 99% di promossi nel giudizio dei consigli giudiziari? Dovrebbero avere un po’ più di pudore, i vertici della Anm, quando dichiarano che, come ha detto il presidente Giuseppe Santalucia, “le votazioni producono inevitabilmente un’ansia competitiva”. Come se i magistrati fossero bambini da proteggere o persone fragili da assistere.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.