E adesso per la riforma del Consiglio superiore della magistratura è corsa contro il tempo. È questo il primo dossier su cui potrà essere misurato quanto c’era di vero negli applausi da spellarsi le mani che giovedì sono arrivati da ogni angolo dell’emiciclo, destra, sinistra, centro, alto e basso, quando il presidente Mattarella ha pronunciato il suo “mai più” e il suo “fate bene e fate presto” per ritrovare con urgenza quel “sentimento di fiducia e il profondo rigore che sono stati fortemente indeboliti” in questi anni.

Se c’è stata una parentesi triste per il Capo dello Stato nel passato settennato, al di là della pandemia e della crisi sociale ed economica, questo è stato certamente il disastro e gli scandali che hanno attraversato la magistratura di cui lui stesso è il numero uno. Un disastro anche nelle regole: l’ultimo atto del settennato appena concluso è stata la conferma del primo presidente Pietro Curzio e dell’aggiunto Margherita Cassano nei loro rispettivi ruoli dopo che una sentenza del Consiglio li aveva privati del ruolo. “È indispensabile che le riforme annunciate giungano con immediatezza a compimento affinché il Consiglio superiore della magistratura possa svolgere appieno la funzione che gli è propria valorizzando le indiscusse alte professionalità su cui la Magistratura può contare superando logiche di appartenenza che, per dettato costituzionale, devono rimanere estranee all’Ordine giudiziario” ha detto il Capo dello Stato in uno dei passaggi più severi del suo discorso di insediamento.

Ora, calendario alla mano, il rischio serio è che anche la prossima consigliatura, quella che nel messaggio presidenziale deve creare le condizioni per recuperare “efficienza e credibilità” e andare oltre “il clima di scontro che ha sovente fatto perdere di vista gli interessi della collettività”, venga eletta con il vecchio sistema. Per essere più chiari: visto che è il Consiglio superiore a fare le nomine dei vari procuratori e visto che la cronaca ci ha spiegato che finora questa nomine sono state il risultato di giochi spartitori tra le correnti, il Csm deve essere eletto con modalità diverse dalle attuali. Nelle elezioni del 2019 per il posto riservato ai quattro pm si presentarono quattro candidati, uno per ciascuna delle principali correnti. Ma le parole del Capo dello Stato non sono la bacchetta magica. L’iter in Parlamento della riforma del Csm subisce un nuovo stop, in attesa delle decisioni del governo. Il Guardasigilli Marta Cartabia deve rendere i pareri sui circa 400 emendamenti presentati e giovedì l’ufficio di presidenza della commissione Giustizia della Camera ha stabilito il calendario dei lavori: si riprende mercoledì 9 febbraio con l’ergastolo ostativo e la settimana successiva con la riforma del Csm, che dovrebbe andare in Aula nel mese di marzo. Sarà la Conferenza dei capigruppo a fissare la data precisa.

Non si sa ancora se il governo presenterà propri emendamenti (come già successo per la riforma del processo penale e del processo civile) o se preferirà intervenire attraverso la modifica di emendamenti già depositati. Un punto resta fermo per via Arenula: una volta siglata l’intesa sulle modifiche, il testo sarà blindato e dovrà essere esaminato dai due rami del parlamento in tempi rapidi, con il via libera entro la primavera. Che non si dica poi che la blindatura non è rispettosa del Parlamento: i responsabili giustizia dei vari gruppi parlamentari discutono sulla riforma del Csm da undici mesi. Una volta trovata l’intesa in Cdm e poi nelle Commissioni, il passaggio in aula dovrà essere spedito. E, appunto, blindato. Per avere idea dei tempi, bisogna pensare che l’attuale Csm si è insediato il 25 settembre 2019. I membri togati – se ne sono salvati tre dopo il Palamaragate – sono stati eletti l’8-9 luglio 2019 e le elezioni sono state convocate in aprile. In pratica, restano due mesi per approvare la legge.

I nodi centrali della riforma su cui punta il governo sono stati recapitati a palazzo Chigi a dicembre. Il dossier dovrebbe approdare sul tavolo del Cdm della prossima settimana. Giovedì mattina, prima del giuramento, il premier Draghi ha incontrato a palazzo Chigi la ministra Cartabia proprio per sbloccare l’impasse. Tra i punti da chiarire: le cosiddette “porte girevoli tra magistratura e politica”, ovvero la possibilità di intraprendere un incarico politico se si è magistrati e quali le regole a fine mandato; il sistema di elezione del Csm, con Forza Italia e Lega che chiedono di virare sul sorteggio. Ieri mattina Draghi ha incontrato il leader dei 5 Stelle Giuseppe Conte, i più in difficoltà quando si affrontano temi di giustizia: la riforma del Csm è stata al centro del colloquio. La ministra Cartabia ha proposto ai partiti un sistema elettorale maggioritario con ipotesi di sorteggio nel caso ci sia da per riempire eventuali vuoti di candidature. Per garantire la presenza dei gruppi minoritari, la ministra ha immaginato anche collegi binominali. Serve un testo scritto, però. In attesa di questo i partiti hanno preso tempo.

La magistratura non è stata ferma. E ha proposto ai 7872 iscritti un referendum consultivo: hanno votato solo 4275 magistrati, poco più della metà. Il 58 per cento ha respinto il sorteggio (voluto dal centrodestra) di fronte ad un 42% favorevole (dato che ha stupito non pochi osservatori). Il sistema maggioritario, quello ispirato da Cartabia, è stato bocciato dal 77% dei votanti (sempre circa le metà degli avanti diritto). Secondo la Commissione presieduta dal costituzionalista Luciani, “il metodo del sorteggio è incostituzionale”. Tutti i leader, da Salvini a Meloni, da Berlusconi a Renzi passando dal Pd hanno applaudito e sottoscritto le parole del Capo dello stato sulla giustizia. “I cittadini devono poter nutrire convintamente fiducia e non diffidenza verso la giustizia” ha detto Mattarella. “Neppure devono aver timore – ha aggiunto – per il rischio di decisioni arbitrarie o imprevedibili che, in contrasto con la doverosa certezza del diritto, incidono sulla vita delle persone”.

Magistrati e avvocati sono “chiamati ad assicurare che il processo riformatore si realizzi”. Vedremo già nei prossimi giorni quali conseguenze avranno queste parole chiare, nette e da tutti applaudite. Senza dimenticare che tra un paio di settimane la Corte costituzionale si pronuncerà sui sei referendum sulla giustizia. Tra questi, appunto, la riforma del Csm, la separazione carriere e la responsabilità diretta de giudici. Domandona: la giustizia sarà il primo banco di prova per fare dell’Italia un paese più moderno? O, invece, il primo tempo della campagna elettorale per le politiche del 2023?

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.