La riforma della giustizia parte in salita. E rischia di andare a sbattere contro un muro. Anzi: contro un tetto. Perché è a sfondare un tetto, quello dell’aumento dell’età pensionabile per i magistrati che l’ultracasta puntava, sottobanco. Matteo Renzi se n’è accorto e ha alzato subito i toni, tanto da minacciare il ritiro di Italia Viva dalla maggioranza. Ecco che cosa è successo. Nelle more di una riforma di per sé debole, qualche manina ha pensato di poter introdurre, non vista, una misura tanto gradita alla magistratura – e ai suoi più alti papaveri – da risultare non solo stridente ma imbarazzante, soprattutto in quel contesto. L’aumento dell’età pensionabile per i magistrati, per un intervento del legislativo di via Arenula, sarebbe dovuta passare dai 70 ai 72 anni.

La casta sarebbe diventata gerontocasta, con quei due anni in più che sarebbero serviti come ulteriore scatto per le carriere e come ricalcolo per l’aumento cedolare. Un ponte d’oro di 24 mesi che ai più dirà poco, ma al quale qualcuno teneva. E tanto. I casi sono molteplici: si parla di decine di magistrati che si apprestano a dire addio alla toga. Tra gli altri Giovanni Salvi, al vertice della procura generale della Cassazione, che sta per andare in pensione. Ecco che al riparo da sguardi indiscreti al Ministero avevano pensato di introdurre la prolunga dei due anni. Chi? «Il ministero è nelle mani del Pd», ci dice un giurista che lavora intorno all’ufficio legislativo. Voci. Quel che è certo è che l’emendamento sarebbe passato ai Relatori, per farlo proprio. E da lì in poi affondarlo sarebbe diventato complicato. Così, appena la notizia è arrivata alle orecchie di Matteo Renzi, l’ex premier è tornato minaccioso, ha prospettato di imbracciare l’arma della sfiducia. I colpi di artiglieria pesante hanno risuonato da via Arenula a Palazzo Chigi, dopo aver raggiunto Marta Cartabia sul telefonino. “Allungare l’età del pensionamento dei magistrati? Se ci provi, usciamo dal governo”. Un colpo di artiglieria secco che ha centrato l’obiettivo e fatto cambiare marcia alla Ministra e all’esecutivo.

Dopo poche ore, ecco che l’emendamento viene ritirato. Il segnale sarebbe stato ricevuto forte e chiaro dagli uffici di Draghi: via Italia Viva dalla maggioranza, via i suoi ministri dall’esecutivo, si sarebbe dovuti ricorrere a un rimpasto e a una nuova richiesta di fiducia alle Camere. E con i chiari di luna che il centrodestra sta prospettando sulla delega fiscale e la riforma del catasto, non è proprio il caso di giocare col fuoco. Italia Viva alza sulla giustizia quei toni che hanno caratterizzato la sua iniziativa garantista dall’inizio del percorso parlamentare, difficile dirsi sorpresi. Sulla riforma Cartabia, Renzi non ha nascosto la delusione. Ieri mattina ci ha fatto anche un tweet: “Non voteremo la riforma della giustizia perché non è una riforma. L’azione di Bonafede era dannosa, quella della Cartabia inutile. Meglio così ma ancora non ci siamo”. È vero che la partita era stata intermediata attraverso un vertice di maggioranza tenuto sabato scorso, con la ministra della Giustizia Marta Cartabia collegata da remoto, sui nodi spinosi relativi ai passaggi di funzioni e al sistema elettorale del Csm.

Ma a rompere questa intesa di massima era già stata Italia Viva, e non in modo inaspettato peraltro, visto che i renziani si erano rifiutati di ritirare i propri emendamenti in commissione Giustizia alla Camera. Renzi rivendica: «Sulla riforma del Csm, siamo gli unici che non voteranno a favore. Lega e Pd, grillini e Forza Italia hanno trovato un compromesso con la riforma Cartabia», sottolineando che questa comunque rappresenta “un grande passo in avanti” ma «il vero problema dello strapotere delle correnti e del fatto che chi sbaglia non paga mai, con la riforma Cartabia non si risolve. Le correnti continueranno a fare il bello e il cattivo tempo nel Csm. Peccato, una occasione persa. La riforma arriverà, se arriverà, nella prossima legislatura. Questo è un pannicello caldo, anzi tiepido». E con il Riformista parla Cosimo Ferri. L’ex magistrato, ora parlamentare renziano, ricalca la stessa cifra: «È una riforma inutile che non porta discontinuità e rafforza il peso delle correnti. Non tutela i magistrati silenziosi che lavorano nel quotidiano, scrivendo le sentenze, lontano dalle correnti», dichiara.

«Non capisco come la politica non si renda conto di trovarsi di fronte a un nuovo regalo alla logica correntizia», aggiunge. E se la prende con lo strumento delle pagelle: «Per chi come me conosce l’interna corporis della magistratura, è ben difficile pensare che stando al di fuori delle correnti si possa ottenere un Ottimo. Si può ottenere tutt’al più un Buono», esemplifica. E affonda: «È uno strumento che può diventare pericoloso». I renziani, insomma, la riforma (“riformicchia”, dicono) Cartabia proprio non la voteranno. Se rischia di cadere il governo? A rassicurare sulla tenuta dell’esecutivo, ospite di Un Giorno da Pecora su Rai Radio1, ha pensato la ministra per la Famiglia e le Pari opportunità Elena Bonetti. «Non sarà certamente Italia Viva a far cadere il governo e mi auguro che non lo faccia nessun’altra forza politica», ha proseguito la ministra renziana. La fiducia sui temi della riforma fiscale e della giustizia? «Se possibile meglio evitarla su questi argomenti controversi e dibattuti – ha spiegato Bonetti – sono questioni che richiedono ampia trasversalità. Su di queste serve un dialogo tra le forze parlamentari».

«Il tema – aggiunge – non è se si rischia o no la tenuta del governo», quanto piuttosto «se l’esecutivo fa le cose che è chiamato a fare. Se il governo non è in grado di portare a casa la riforma fiscale viene meno uno degli obiettivi che l’esecutivo si è dato». Il tempo, intanto, stringe: finora si è approvato solo il primo degli emendamenti del governo, ne mancano da esaminare circa 140 tra proposte dell’esecutivo, altre dei partiti su cui c’è il parere favorevole della ministra e proposte di Iv e Lega, con entrambe le forze politiche che non hanno ritirato gli emendamenti su cui non c’è accordo. Il disegno di legge è calendarizzato in Aula il 19 aprile, mentre le prossime elezioni per il rinnovo del Csm sono in programma a luglio: la promessa fatta a suo tempo dal premier Mario Draghi di non mettere la fiducia è sempre più appesa a un filo.

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.