Quanta fantasia hanno gli operai nel morire. Ne inventano ogni giorno dei modi nuovi. All’ospedale Humanitas, fiore all’occhiello della sanità privata lombarda, nella periferia sud di Milano, fra Rozzano e Pieve Emanuele, in due si sono fatti ammazzare dall’azoto liquido, un elemento chimico mantenuto fra i -200 e i -195 gradi per essere utilizzato in ambito ospedaliero. Una fuoriuscita li ha investiti mentre rifornivano il deposito di azoto della clinica, e ora si fanno gli accertamenti per capire se siano rimasti congelati o asfissiati. Lì, a due passi da uno dei migliori ospedali senza che si sia potuto far nulla perché il lutto non ci fosse.

Per evitare l’emorragia di vite che il lavoro si porta via ogni giorno: fra le due e le tre esistenze al dì, giusto un punto sopra la loro somma. Un sacrificio quotidiano che la classe operaia paga, senza quasi più strepiti ormai, senza che nessuno provi a fare qualcosa, per azzerarlo, diminuire le morti. Vanno in paradiso così gli operai, nei modi più strani, impensati, quasi ci sia fra di loro una gara alla morte più stravagante: alle cadute, le presse, gli orditoi, i seppellimenti, il fuoco, gli avvelenamenti; si aggiunge l’azoto, che per beffa quello vuol dire, senza vita. Tanta, tanta fantasia, persino giochi di parole, quasi, gli operai, siano addirittura in gara con Gianni Rodari per raccontare la morte di un lavoratore, siano insieme a redigere la Grammatica della Fantasia: «L’ultima immagine che conservo di mio padre è quella di un uomo che tenta invano di scaldarsi la schiena contro il suo forno. È fradicio e trema.

È uscito sotto il temporale per aiutare un gattino rimasto isolato tra le pozzanghere. Morirà dopo sette giorni, di broncopolmonite. A quei tempi non c’era la penicillina. So di essere stato accompagnato a vederlo più tardi, morto, sul suo letto, con le mani in croce. Ricordo le mani ma non il volto. E anche dell’uomo che si scalda contro le mattonelle tiepide non ricordo il volto, ma le braccia: si abbruciacchiava i peli con un giornale acceso, perché non finissero nella pasta del pane». Chissà se i due operai della Sol che riempivano d’azoto il deposito dell’Humanitas ce lo abbiano avuto il tempo, almeno, di pensarlo un muro caldo su cui appoggiare le spalle mentre un gelo inimmaginabile gli bloccava le membra e si ripetevano un’altra delle fantasie di Rodari, per dare dignità al proprio sacrificio: «Non è più ieri, non è più lo stesso, ho visto e so tante cose, adesso. So che si muore una mattina sui cancelli dell’officina, e sulla macchina di chi muore gli operai stendono il tricolore».

P.s. E ieri pomeriggio ne sono morti altri due.

E' uno scrittore italiano, autore di Anime nere libro da cui è stato tratto l'omonimo film.