Giovanni Buini è il principale teste dell’accusa, nel caso che vede indagati Luca Di Donna e Gianluca Maria Esposito per traffico di influenze finalizzata alla corruzione. L’indagine a carico del socio di studio di Giuseppe Conte è partita dalla sua testimonianza: fu Buini, entrato in contatto prima con Esposito e poi con Di Donna per il tramite dell’amico Mattia Fella, a far saltare la rete che avrebbe operato, secondo l’indagine in corso a Roma, per ricavare illeciti profitti dalla fornitura di materiale di presidio sanitario emergenziale. L’obiettivo nello specifico del caso che vede protagonista Buini sarebbe stato quello di fornire alla struttura commissariale mascherine a prezzi calmierati. Ma i due legali gli avrebbero proposto un vero contratto di consulenza che Buini avrebbe deciso di annullare.

L’imprenditore umbro è giovane ma non inesperto. Ha la capacità di fiutare per tempo, quando sente puzza di bruciato. È successo nel caso di quel secondo incontro romano, quando gli fissano un appuntamento in piazza Cairoli 6. Arrivato, sale al quarto piano e bussa alla porta dello Studio legale Giuseppe Conte Luca Di Donna, le targhe d’ottone fuori dalla porta parlano da sole. E fanno ben capire in che clima deve svilupparsi l’incontro: si entra nell’anticamera del premier, ci sono i suoi libri, le sue foto. Gli propongono un contratto di consulenza per far approvare dalla struttura commissariale di Arcuri la fornitura di mascherine. Rifiuta e si vede rigettare l’offerta. Tutte le porte chiuse. La puzza di bruciato è tornato a sentirla ieri, quando ha percepito intorno a sé l’olezzo dello spargimento dei veleni. «Vedo avanzare l’argomento che il mio materiale era di dubbia qualità, per giustificare l’interruzione del contratto». Una campagna denigratoria che punta ad abbatterne la reputazione aziendale, dopo che ha girato i tacchi, quella sera a Roma.

Ricostruisce ancora una volta per il Riformista l’accaduto: «In piazza Cairoli 6 entro e mi accolgono l’avvocato Luca Di Donna con l’avvocato Gianluca Maria Esposito, quindi mi presentano due generali di cui lì per lì non ho memorizzato i nomi». Quello identificato è Enrico Tedeschi, capo di gabinetto dell’Aise, l’agenzia per i servizi segreti, che sentito dagli inquirenti come persona informata su fatti dirà di essere presente all’incontro «per valutare i prezzi delle mascherine». L’altra figura rimane non identificata ma, fanno sapere dalla Procura, proviene degli stessi uffici di Tedeschi. Leggendo in controluce dei comprensibili omissis è un’altra barba finta, insomma. Buini non si è fatto intimorire dalla presenza dei due ufficiali, rimasti poi in disparte durante la gran parte della riunione. «Non sono certo che il secondo ufficiale presente fosse della Guardia di finanza», ci dice, assumendo così che il primo si fosse qualificato come Fiamma Gialla. Alla Procura ha reso ampie dichiarazioni e «documentato tutto l’incontro». Gli inquirenti, da parte loro, gli hanno raccomandato calma e gesso. Profilo basso e silenzio stampa.

Una raccomandazione di riservatezza che viene violata da coloro – è la contestazione che fa Buini oggi – che stanno provando a farlo passare per quello che non è. La sua Ares Safety, azienda attiva dal 2013 e oggi tra i player principali nella produzione, importazione e distribuzione di prodotti anti Covid «si distingue dai tanti avventori che si sono improvvisati importatori di Dpi durante l’emergenza Covid», tiene a specificare Buini. Il riferimento è all’altra indagine in corso presso la Procura di Roma, che vede indagato un altro uomo di fiducia di Conte, lo stesso commissario all’emergenza Covid, Arcuri. Che nel fascicolo di indagine è associato al giornalista Rai in aspettativa, Mario Benotti, ad Andrea Vincenzo Tommasi e Edisson Jorge San Andres Solis. Per l’ex commissario le accuse sono peculato e abuso d’ufficio: le indagini riguardavano affidamenti per un valore di 1,25 miliardi effettuati da Arcuri a favore di tre consorzi cinesi, per l’acquisto di oltre 800 milioni di mascherine, effettuate con l’intermediazione di alcune imprese italiane che hanno percepito commissioni per decine di milioni di euro.

Nei fatti, quelle prodotte da Buini sembrano essere mascherine chirurgiche un filo più affidabili (la prima importazione è stata effettuata il 13 marzo 2020) tanto da essere utilizzate con soddisfazione da molti enti. Dalla Protezione Civile, da strutture sanitarie, da organizzazioni di Pronto Soccorso tra le quali la Croce Rossa. Non si tratta di rumors, ma di fatti: le mascherine di Buini, rifiutate dall’ente guidato da Arcuri a seguito del mancato versamento di denaro a Luca Di Donna, erano state approvate da Ente Certificatore Italiano e regolarmente inserite in banca dati nazionale come Dispositivo Medico. Abbiamo verificato: il numero progressivo attribuito è il 1947689. Si badi bene: certificata da Ente Certificatore significa che quelle mascherine chirurgiche sono state testate in laboratori italiani e verificate in classe IIR con filtrazione 98.8%. Una punta di eccellenza tecnologica che sarebbe stata nella disponibilità della struttura commissariale ma è stata rigettata.

La differenza tra la certificazione ottenuta dalla mascherina di Giovanni Buini e la validazione in deroga ottenuta dalle mascherine sequestrate al Commissario Straordinario è che la validazione in deroga non prevede i test sulla mascherina e si basa su documentazione tutta da verificare. E non di rado addirittura illeggibile, prodotta in sola lingua cinese. La certificazione presentata da Ares Safety si è intestardita nel segno della trasparenza. Ha seguito l’iter ordinario indicato dalla Comunità Europea ed è stata rilasciata dopo un esame approfondito dei dati risultanti da test di laboratorio stabiliti dalla CE stessa. Tanto che nel corso dell’intero anno 2020 diverse Autorità (Gdf, carabinieri dei Nas, Agenzia delle Dogane) preposte ai controlli sulla qualità dei Dpi hanno verificato positivamente i prodotti di Buini.

Ma qualcosa, nell’ingranaggio della commessa pubblica, sembra non girare più. È a questo punto che l’imprenditore umbro, contattato dagli avvocati Esposito e Di Donna, vuole capire se l’assistenza di un “facilitatore” può aiutare a superare gli scogli. Aver detto di no alla richiesta di versare una percentuale (dal 5 all’8%) sulle commesse pubbliche a quegli intermediari incontrati sotto le insegne dello studio di Conte è costata cara all’imprenditore. Il suo amico Mattia Fella gli ha suggerito di far saltare l’affare: «Mi sembrava poco chiaro e soprattutto illogico che dovesse pagare una commissione a terzi soggetti per fornire delle mascherine alla struttura commissariale nel momento in cui l’Italia si trovava nel pieno della pandemia”. Le indagini proseguono, Conte tace. Mentre tutta l’Italia cercava disperatamente le mascherine, nella primavera 2020, il suo sodale Di Donna seduto alla scrivania dello studio Conte e il fidato Arcuri, dall’altra parte del telefono, sono sospettati di aver scartato le forniture disponibili.

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.