Contromisure prese con colpevole ritardo. Un nuovo, pesantissimo atto di accusa al governo italiano sulla gestione dell’emergenza Coronavirus, tra errori, ritardi ed omissioni che hanno provocato la morte di pazienti che forse potevano essere salvati. A lanciarlo è questa mattina il Corriere della Sera, che ripercorre le tempistiche utilizzate dall’esecutivo di Giuseppe Conte nel fronteggiare l’inizio dell’epidemia di Covid-19 nel Paese.

L’ALLARME SOTTOVALUTATO – Si parte dal 7 gennaio scorso e dalla storia tragicamente raccontato dal medico di base di Cividate (Bergamo) Pietro Poidomani. È lui, assieme ad altri colleghi dei paesi vicini, ad accorgersi del numero anomalo di pazienti affetti dallo stesso problema, febbre, tosse e difficoltà respiratorie. A metà febbraio scrive assieme ai colleghi all’Ats di Bergamo per chiedere una verifica delle radiografie toraciche fatte dal 25 dicembre in poi, senza mai ricevere risposta. “Già verificando i dati, avremmo potuto salvare qualche vita”, racconta Poidomani.

LA PRIMA CIRCOLARE – Il ministero della Salute riunisce per la prima volta una task force il 22 gennaio, a 8 giorni dai primi casi accertati di Covid-19 in Italia (i coniugi cinesi risultati positivi il 30 gennaio, ndr). Viene quindi promulgata una circolare che prescrive il tampone in caso di polmoniti insolite: “Senza tener conto del luogo di residenza o storia di viaggio, anche se è stata identificata un’altra eziologia che spiega pienamente la situazione clinica”, ma cinque giorni in una nuova circolare questa frase sparisce.

IL DECRETO E I DUBBI SULLE ISTRUZIONI – Il 31 gennaio arriva il primo decreto con la dichiarazione dello stato di emergenza e il blocco dei voli dalla Cina, ma quello che manca è un piano per l’emergenza. Lo stesso blocco cinese non evita l’arrivo tramite scali, come dimostra la positività del ‘Paziente uno’ Mattia, ricoverato a Codogno il 21 febbraio e mai stato in Cina.

IL BUCO DI UN MESE – L’errore più grave è stato il ritardo e la sottovalutazione del problema Covid, rimarca il Corriere. Soltanto il primo marzo, un mese dopo il decreto per lo stato di emergenza, il direttore generale della Salute Andrea Urbani firmerà il documento dove si legge che è “necessario che nel minor tempo possibile” sia attivato nelle strutture pubbliche e private un modello di cooperazione “coordinato a livello nazionale per un incremento delle disponibilità di posti letto del 50% nelle unità di terapia intensiva e del 100% in quelle di pneumologia e malattie infettive”. Soltanto sei giorni dopo il capo della Protezione civile Angelo Borrelli, commissario per l’emergenza, firmerà invece l’accordo con la società Siare per la fornitura dei ventilatori, strumento fondamentale per le terapie intensive.