Ragionando di riforma della Giustizia e del processo penale, è necessario normare e regolamentare il fenomeno molto grave che vede instaurarsi, in un binario parallelo a quello del processo, un vero e proprio “processo circense”. Preferisco la definizione di processo circense a quella più comune di “processo mediatico”, perchè è lo spettacolo “solenne” che in epoca romana si dava al circo. Di questo infatti si tratta: si dà in pasto alla pubblica opinione un nome, con la solennità di pezzi di indagini, di intercettazioni, di conferenze stampa della polizia giudiziaria. Un circo, appunto, “solenne”. Il “processo circense“ avviene fuori dal perimetro delle aule giudiziarie, dai suoi princìpi e dalle sue regole: si delinea la figura del colpevole e si consegna l’accertamento delle responsabilità all’opinione pubblica. In tal modo la società emette giudizi che prescindono dal processo reale, una sentenza senza appello, senza difesa, indelebile nella memoria collettiva e nei motori di ricerca della rete. Le “sentenze circensi” sono inscalfibili, irreversibili e incontrovertibili, per lo più quando in sede giudiziaria emerge poi con evidenza l’innocenza di chi viene processato.

Chi è innocente e viene coinvolto nel processo subisce due forme di vittimizzazione: una legata alla sofferenza dovuta alla vicenda processuale, l’altra causata dal processo circense. Chi è colpevole subisce una doppia pena, quella inflitta dallo Stato e quella del processo circense e con lui i familiari, gli amici che restano (pochi). È tempo che le vittime del processo circense siano risarcite con forme di compensazione, siano esse riconosciute innocenti o colpevoli in sede di giudizio. Va riconosciuta la sofferenza da processo.
A tale scopo la comunità giuridica e il Parlamento, in sede di riforma del processo penale, devono individuare una definizione di processo circense ampia e articolata, comprendente la rappresentazione della realtà che opera un parallelo accertamento delle responsabilità fuori dalla sede naturale del processo, coinvolgendo il giudizio dell’opinione pubblica e arrecando un irreversibile pregiudizio al soggetto del suddetto processo. Come emerge con chiarezza dal Libro bianco sui rapporti tra mezzi di comunicazione e processo penale, a cura dell’Osservatorio sull’informazione giudiziaria dell’Unione Camere Penali, “quando il processo giunge al dibattimento, le paginate di notizie scompaiono e l’informazione sulla singola vicenda giudiziaria si immerge nel silenzio (sospeso solo saltuariamente se viene ascoltato qualche teste eccellente, possibilmente a sostegno dell’accusa)”.

Tutta la comunità giuridica conosce il ragionamento propositivo svolto dal professor Vittorio Manes in un articolo pubblicato sulla rivista Diritto Penale Contemporaneo, dal titolo La vittima del processo mediatico: misure di carattere rimediale. Quando vengono violati diritti fondamentali come il rispetto della vita privata e familiare (articolo 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’uomo), o la presunzione di innocenza e il diritto all’equo processo (articolo 6), lo Stato deve agire da garante non solo predisponendo meccanismi volti a limitare le fughe di notizie e le violazioni del segreto istruttorio, ma anche attuando misure che permettano un’adeguata forma di riparazione delle vittime. Lo Stato deve pertanto farsi garante di queste istanze poiché la Convenzione europea dei diritti dell’uomo lo obbliga a garantire diritti e libertà fondamentali con tutti i mezzi. Alla luce di tutto ciò, trovare dei rimedi alla “sentenza circense”, fatta di sensazionalismo, colpevolizzazione preventiva, non è più procrastinabile.

I rimedi possono essere, come suggerito da Manes, la possibilità per il giudice, in sede di determinazione della pena, e su istanza di parte, di considerare la sottoposizione a processo mediatico circostanza attenuante generica e la previsione di un rimedio a carattere indennitario, sul modello della “Pinto”. I danni del processo mediatico devono essere altresì valutati quando coinvolgono una intera comunità, che deve essere legittimata a chiedere una riparazione. L’esempio più recente è quello della mia città, Perugia, e delle sue università che hanno ricevuto un danno irreversibile, a livello internazionale, dalla notizia del calciatore Suarez e del suo esame.

Un danno non comparabile alla gravità dei reati ipotizzati, tale da far titolare a Repubblica La caduta a precipizio. Chi risarcirà coloro che vivono della presenza degli studenti, stranieri e non, in una città che vive di questo come gli affittuari, i negozi, i ristoranti, le attività turistiche, scientifiche, culturali? Le proposte del Governo sulle riforme oggi all’esame del Parlamento sono una risposta debole, insufficiente anche nelle previsioni della responsabilità disciplinare, inadeguata alla gravità del processo circense e delle sue conseguenze sui singoli. Se non si vuole rispettare la Costituzione, quanto meno si tenga conto della Corte europea dei diritti umani e si metta fine allo scempio della vita privata e familiare di chi “capita sotto la ruota”. Perchè può capitare a tutti.