Ammettere gli errori e chiedere scusa sono segni di onestà intellettuale. Giovandomenico Lepore l’ha fatto e gliene va dato atto. Intervistato dal Corriere del Mezzogiorno, l’ex capo della Procura di Napoli ha commentato la sentenza con cui la Corte d’appello ha recentemente assolto Antonio Bassolino, l’ex governatore della Campania che proprio i pm partenopei avevano messo sotto accusa. «Non dovevamo aprire tanti fascicoli», ha osservato Lepore prima di chiarire che «di quell’errore Bassolino ha pagato le spese». Le parole dell’ex procuratore rappresentano una triplice occasione, innanzitutto per restituire al diretto interessato la dignità che qualcuno sperava di fargli perdere gettandolo nel tritacarne mediatico-giudiziario.

Piaccia o meno, Bassolino è stato uno dei protagonisti della politica campana. Probabilmente sarebbe diventato uno dei leader nazionali della sinistra e del governo, se non fosse stato travolto da vicende giudiziarie senza capo né coda. Questo aspetto merita una riflessione, perché non è possibile chiudere gli occhi davanti alla devastazione che inchieste e processi portano nella vita delle persone a livello economico, sentimentale, familiare, professionale e di immagine. Certi danni sono talmente gravi che nessun risarcimento può porvi rimedio. Quindi le scuse che Lepore ha rivolto a Bassolino rappresentano, per così dire, il “minimo sindacale”.

La seconda riflessione riguarda proprio gli errori giudiziari. Il Riformista, in tempi non sospetti, ha evidenziato come nel 2019, a Napoli, siano stati accertati 129 casi di errori giudiziari che hanno portato all’erogazione di indennizzi per l’ingiusta detenzione per circa tre milioni e 200mila euro. In altre parole, 129 persone sono state ingiustamente arrestate e poi assolte, tanto che lo Stato le ha dovute risarcire. Eppure nel 2019, non a Napoli ma in tutta Italia, sono state promosse 24 azioni disciplinari nei confronti di magistrati, delle quali soltanto due si sono concluse e con un non doversi procedere. Che cosa vuol dire? Che troppi magistrati sbagliano e non pagano. Giocano con la libertà, il patrimonio e la reputazione delle persone, ma quando commettono un errore non subiscono alcuna conseguenza. Al massimo chiedono scusa, come ha fatto Lepore. Tutto ciò, in un’epoca in cui gli scandali hanno di fatto azzerato la credibilità della magistratura, non è accettabile.

La terza e più importante riflessione riguarda il metro con cui vanno valutate le vicende giudiziarie: quello del garantismo, non certo quello della convenienza politica. Oggi si considera Bassolino, giunto alla diciannovesima assoluzione, come una vittima della malagiustizia. Ciò dovrebbe far riflettere gli eredi di quella sinistra giustizialista che nel 1992-1993 salì sulle barricate di Mani Pulite e invocò le manette per tanti pubblici amministratori democristiani e socialisti dell’epoca. Stesso discorso per quella politica che si scagliò contro Silvio Berlusconi nel 1994 quando, durante il G7 di Napoli, si diffuse la notizia dell’avviso a comparire notificato all’allora premier. Stesso discorso, ancora, per Nicola Cosentino, additato per anni come fiancheggiatore della camorra e puntualmente assolto nell’indifferenza di molti. Il garantismo è un valore che non può essere sacrificato sull’altare della convenienza politica, ma che va difeso, alimentato e praticato sempre e nei confronti di chiunque. Ecco la lezione del caso Bassolino. Speriamo che qualcuno l’abbia imparata.