Pesa ogni parola, e prova, come è suo costume e formazione, di alzare l’asticella della riflessione sul voto del 20-21 settembre. E sulle sfide che attendono ora il Pd e il governo Conte. Riflessioni che Antonio Bassolino – deputato, sindaco di Napoli dal 6 dicembre 1993 al 24 marzo 2000, ministro del Lavoro e della previdenza sociale nel primo governo D’Alema dal 21 ottobre 1998 al 21 giugno 1999, è stato presidente della Regione Campania dal 18 maggio 2000 al 17 aprile 2010 – offre in esclusiva nell’intervista concessa a Il Riformista.

Subito dopo una tornata elettorale, inizia il balletto di chi si attesta la vittoria e rinfaccia agli altri la sconfitta. Qual è la tua analisi del voto del 20-21 settembre?
Si stanno facendo prime riflessioni di una tornata elettorale impegnativa che è ancora in corso. Si vota ancora in diverse ed importanti città, in varie parti del paese, dove si va al ballottaggio. Ora, senza nostalgie per il passato, le riflessioni sul voto sono in qualche modo anche riflessioni sulla società italiana, sugli orientamenti culturali, civili, oltre che politici. Riflessioni di fondo sulle importanti tornate elettorali vanno fatte sempre, quando le cose vanno bene e quando vanno male. Purtroppo si è sempre più smarrito questo cimento della riflessione politico-culturale sul voto. Ricordo che – io ero giovanissimo segretario regionale del Pci in Campania – un anno dopo il ’76 con i due vincitori, Dc e Pci, ci fu un voto amministrativo alle comunali di Castellamare di Stabia. Il Pci lì ebbe una flessione, non una sconfitta grave ma una flessione significativa. Nulla in confronto, ad esempio, al risultato del Pd nel 2018. Eppure se ne discusse in Direzione nazionale, nel Comitato centrale – io scrissi 18 cartelle per Rinascita, e prima di scriverle sono stato una intera settimana a Castellamare, a riunire sezioni di fabbrica, di territorio, l’Arci, l’Udi, la Fgci e poi se ne parlò in tutti i comitati federali di quel voto. E questo perché Castellamare era più di un seggio-campione, era una città-campione; una città che dal ’46 in poi aveva avuto risultati che si avvicinavano sempre a quelli nazionali. Era un test molto significativo. E poiché era un anno dopo il ’76, con i due vincitori e il governo delle astensioni, con il Pci che appoggiava dall’esterno il governo con la sua astensione, la discussione era: ma questa flessione è dovuta a problemi essenzialmente locali, oppure è il segno di problemi nazionali, un campanello d’allarme per il nostro sostegno al governo nazionale? Oppure, come sostenevo, c’erano sia fattori locali sia fattori nazionali. E infatti, due anni dopo, quando si andò alle elezioni politiche nazionali, la flessione del Pci fu esattamente uguale a quella registrata alle comunali di Castellamare di Stabia. Tutto questo per dire come l’analisi del voto sia sempre stato un esercizio importante, anche di formazione dei dirigenti, cercando di scavare dentro a quei risultati, per comprenderne le ragioni più profonde e per non ripetere gli errori commessi. Questo sforzo si è smarrito nel tempo, e difatti di elezione in elezione, è prevalsa l’abitudine abbastanza generalizzata a voltar e subito pagina…

Un grave errore?
Assolutamente sì. E quello sforzo è tanto più importante oggi, dal momento che siamo ormai di fronte a scosse continue. Non siamo nella vecchia Italia dove gli spostamenti erano molto ridotti tra una forza politica e l’altra. Pensiamo a questi ultimi anni, al voto del 2018, che vede una clamorosa ascesa dei 5Stelle, una sconfitta pesantissima del Partito democratico e un primo balzo della Lega, e poi, a distanza di nemmeno un anno, alle europee del 2019, la Lega che dilaga, i 5Stelle che perdono voti rispetto al 2018 in modo consistente, e il Partito democratico che arresta la caduta e fa qualche primo passo in avanti sul piano elettorale. E ora, ancora un anno dopo – per dire come le cose si muovano molto di più rispetto a una volta – i risultati delle elezioni regionali e tra sette-otto mesi si vota in importanti città italiane, a Roma, a Napoli, a Torino, a Bologna…

Intanto c’è da riflettere seriamente sul voto delle regionali. Che voto è stato?
Un voto segnato, oltre che da questa mobilità elettorale, dalla vicenda del Covid-19, che ha cambiato tante cose nel profondo, rispetto a sette-otto mesi fa, segnando un mutamento, tra il prima e il dopo coronavirus, molto grande. E anche su questo la riflessione deve essere attenta. A me sembra indubbio un risultato positivo per il Pd e, attraverso il voto, un rafforzamento di Zingaretti. Quanto poi ai risultati del centrodestra e dei 5Stelle sono anch’essi molto significativi…

In che senso?
È indubbio che il voto delle regionali segna una difficoltà della Lega. Ora, bisogna avere il senso delle cose: la Lega è forte e governa gran parte del Nord, però è evidente che, dopo il punto molto alto raggiunto alle elezioni europee, ha incontrato crescenti difficoltà. Come sanno bene quelli che vanno in montagna, bisogna salire con la giusta ossigenazione, e quando sali troppo in fretta, il rischio è che ti giri la testa. Secondo me, il paradosso della Lega è un po’ questo. Ottiene alle elezioni europee il suo punto più alto, si autoisola in Europa. Mentre, i 5Stelle, che in quelle elezioni avevano avuto un forte arretramento rispetto alle politiche del 2018, s’inseriscono nelle vicende europee. Quella vicenda lì, per me, risulta essere fondamentale per tutti gli sviluppi della situazione italiana, perché è proprio a livello europeo che i 5Stelle si inseriscono e soprattutto il Pd si muove per ripresentare in un altro modo l’Italia, con le scelte impegnative che assume. E invece la Lega proprio sul terreno dove ha raggiunto il primato più alto, si autoisola perfino, a differenza di altre forze sovraniste di altri paesi europei. Dopo quello, che per me rimane il grande errore della Lega di Salvini, c’è la vicenda della crisi in pieno agosto. Per venire all’oggi, questo voto alle regionali, a mio avviso, riflette una difficoltà della Lega nel suo progetto di espansione nazionale: sia dal punto di vista della conquista di almeno una Regione di sinistra emblematicamente storica nel Centro-Nord, l’Emilia prima, la Toscana ora, e sia un arresto della diffusione nel Mezzogiorno d’Italia, come confermano le sconfitte subite dalla Lega e dal centrodestra in Campania e in Puglia. Siamo tutti, nessuno escluso, a fare i conti con la portata di questo voto.

Tra questi protagonisti c’è indubbiamente il Pd. Diversi analisti hanno sostenuto che questo risultato delle regionali abbinato a quello referendario, almeno nel breve, rafforza il governo Conte. Ma visto in prospettiva, è possibile, a tuo avviso, un’alleanza strategica di cambiamento tra il Pd e i 5 Stelle?
È indubbio che il voto, se pensiamo anche al clima che lo ha preceduto, presenta un Pd e il suo segretario, più forti. E questo è un primo dato importante. Anche il governo esce dal voto con più stabilità. Ma proprio per questo le scelte da compiere ora sono cruciali.

E su cosa dovrebbe concentrarsi ora l’azione del governo?
La sfida del governo, e in particolare la sfida del Pd, deve concentrarsi sui grandi temi della vita economica e sociale del paese. Girando molto per Napoli, la mia città, ma è così in tante altre parti del paese, te ne rendi conto, anche fisicamente. Alle forti diseguaglianze della società italiana e alla lunga crisi internazionale 2008-2018, – proprio nel momento in cui, nel 2019, si facevano i primi passi per uscirne – si è sommata la mazzata del coronavirus. E alle disuguaglianze classiche si sono aggiunte nuove disuguaglianze. Basta andare oggi alle mense dei poveri, per rendersi conto che ai poveri “classici” si sono aggiunti nuovi poveri, disabituati alla povertà. Basta andare fuori a un monte dei pegni e guardare le file lunghissime, per capire come nuovi strati sociali sono d’improvviso precipitati sotto la soglia di povertà. È un fatto enorme. È la priorità del paese. E, per me, è anche la priorità in una forza come il Partito democratico e per altre forze di sinistra che vogliono riprendere un ruolo politico di cambiamento. È sulle questioni economiche e sociali che bisogna concentrare l’attenzione. E dunque l’impiego delle risorse del Recovery fund che possono e debbono essere utilizzate, senza dispersioni in mille rivoli, per grandi scelte strategiche, dal punto di vista infrastrutturale materiale, dal punto di vista infrastrutturale immateriale e dal punto di vista infrastrutturale sociale. Io penso che molto, molto del futuro anche politico del paese, dipende adesso, dopo il voto, da come la maggioranza di governo e le forze politiche sapranno affrontare questo passaggio.

Insomma, la cosa vietata, guardando soprattutto al Pd e a sinistra, è di accontentarsi del “quieto vivere”….
Altro che “quieto vivere”! È proprio guardando a quello che è alle nostre spalle, che dobbiamo comprendere fino in fondo che la partita epocale, che va ben oltre la contingenza politica, investe le nuove sofferenze determinate dal Covid, ed è dietro le domande di prospettiva che tanti si pongono che bisogna saper stare. E bisogna saperci stare dal governo e politicamente, come forze politiche. Bisogna sapersi muovere su due gambe: la gamba delle risposte nell’uso intelligente e serio delle grandi risorse che sono a disposizione, e la gamba politica, dello stare politicamente dentro la società, nel rapporto sociale ma vorrei dire anche umano con i ceti più disagiati e indifesi. Il futuro del paese e della sinistra italiana si gioca su questo terreno.