«Questa è casa vostra», ripete come un mantra e con un sorriso sincero, un tunisino a cui chiediamo un’informazione per strada, quasi per rassicurarci che non si può smarrire davvero la via di un luogo che ti appartiene. E Hammamet appartiene davvero ormai all’immaginario socialista, è un luogo letterario, di una letteratura d’esilio ma anche di riscatto. Così devono pensare insieme a me quei tanti, i quali poi saranno solo una parte, che si affollano silenziosi ai banchi della Tunis Air una mattina di venerdì, a due giorni dal ventennale della morte di Craxi. Tanti capelli bianchi, tanti volti noti di vecchie battaglie, ma in maggioranza uomini e donne di mezz’età che il leader socialista l’hanno conosciuto da ragazzi solo in tv, e dopo purtroppo solo nelle cronache del doloroso epilogo.

Mi ha colpito che non fosse un’assemblea di reduci e mi ha colpito che il sentimento prevalente non fosse la nostalgia, per quanto pure ve ne fosse, e la malinconia e la rabbia di anni di umiliazioni, di garofani calpestati. No, vi era uno spirito positivo, di fiducia, di consapevolezza che qualcosa sta cambiando nel giudizio storico degli italiani, che il tempo ci consegnerà una lente meno sfocata e presbite su quegli anni.  Anche un patriarca come il calabrese Zavettieri, irriducibile sindaco di un comune del reggino, e con una lunga vita parlamentare socialista, scherza sui tempi nuovi. L’economista Scalzini ricorda la tripla A che l’Italia di Craxi ebbe nell’87. Il sindaco Barani che per primo intitolò una strada a Craxi. Certo, come le cronache riportano, ci sono decine di parlamentari di ogni estrazione, diversi giornalisti, tanti passati e presenti amministratori e sindacalisti e molti semplici simpatizzanti venuti a portare un garofano.  La spiaggia dalla sabbia chiara è un invito a prendere tempo, a ragionare, a misurare le cose.

I tunisini hanno risolto alla radice ogni dilemma italiano. Un ristoratore panciuto e cortese ci dice che Craxi per loro era e resta un padre, un tassista esile dalla pelle d’ebano sorride deferente alla memoria del condottiero, tutti quelli che incontri hanno qualche aneddoto, loro o i loro genitori lo hanno conosciuto, magari scambiato qualche parola, incrociato la signora Anna, o i figli.
Camel, dall’età indefinita, racconta un aneddoto struggente. Lavorava in un piccolo autolavaggio per procurarsi a stento il pane e Craxi un giorno lo vide con una gamba claudicante e con una ferita aperta continuare a lavorare come se nulla fosse.

Era caduto da un vecchio ciclomotore il giorno prima e non aveva il denaro, né il tempo per curarsi. Craxi si arrabbiò con lui e gli intimò di trovarsi il giorno dopo alle 11 a un incrocio.  Lo passò a prendere e lo fece accompagnare a Tunisi in ospedale, lo costrinse al riposo per quindici giorni e poi lo prese a fare piccoli lavori nella sua casa tunisina, quella dei favoleggiati rubinetti d’oro, che altro non è che una villa appena precaria e lontana dal mare. Un tratto di generosità che Camel non ha più dimenticato e, di tanto in tanto, torna sulla tomba del leader a rendergli omaggio, e a pulirla dalle sterpaglie.

E una giovanissima insegnante di Hammamet, Zaineb, è convinta Craxi fosse comunista, perché dalla parte dei poveri. Quando lo dice a me e al mio amico Emilio e ci guardiamo pensierosi. In Tunisia, come scrivevo, il problema lo hanno risolto alla radice. Ogni dibattito è superato. Un leader, un uomo generoso, un politico di fede progressista, persino comunista nella confusione di taluni. La foto straordinaria di Craxi con Willy Brandt, il cancelliere socialdemocratico tedesco occidentale, e Olof Palme, il leader del più grande esperimento socialista liberale del ‘900, la socialdemocrazia del nord Europa, foto che campeggia tra le altre nella mostra della Fondazione in una casa della Medina, ci appare profetica e paradossale.