Esteri
L’Espresso e la foto “fortunata” del soldato israeliano che orienta il lettore contro lo Stato ebraico
La scelta di quell’immagine richiama una certa propaganda del passato
Basta una foto per cambiare il senso di un intero articolo. Non nei fatti, ma nella percezione. Ed è lì che si gioca la differenza tra informazione e narrazione. Quello che vorrei chiarire, prima di tutto, è che non intendo in questa sede commentare né contestare il contenuto del servizio, ma il modo in cui è stato presentato. Un articolo che si apre con una foto di quel tipo non mostra un’attitudine incentrata sulla cronaca giornalistica, bensì su una narrazione ideologica.
Le due immagini messe a confronto – quella dell’ormai ben nota copertina de L’Espresso e quella a campo più largo, che mostra una scena immediatamente precedente o successiva al momento dello scatto utilizzato dal settimanale – raccontano due realtà profondamente diverse. Occorre innanzitutto puntualizzare un dato: le foto sono state scattate il 12 ottobre 2025, in un villaggio a nord di Hebron, e non recentemente. Non che questo cambi di molto il senso del reportage, che copre un arco temporale non limitato all’immediato presente, ma sarebbe stato più opportuno indicarlo.
La seconda immagine, quella a destra, mostra una situazione abbastanza comune in un contesto rurale della Cisgiordania: è in corso una manifestazione di protesta palestinese e sono presenti soldati dell’Idf impegnati nel mantenimento dell’ordine pubblico. La scena appare, nel complesso, non violenta: i soldati sono distratti, parlano tra loro in atteggiamento rilassato; una persona con un berretto giallo, che potrebbe essere un palestinese, sorride. È una situazione di tensione, certo, ma non una scena di violenza in atto.
La prima foto, invece, evoca una situazione perfettamente coerente con il titolo “L’abuso” riportato in copertina. La donna palestinese appare sofferente, quasi umiliata, mentre il soldato in primo piano – chiaramente identificabile come religioso – sembra esibire un “ghigno satanico” che trasmette soddisfazione sprezzante, come se traesse piacere dall’umiliazione inflitta. Non sappiamo, allo stato, se l’immagine sia stata modificata o se si tratti semplicemente di uno scatto “fortunato”, capace di cogliere una smorfia del viso nel momento esatto. Non sappiamo neppure se la distanza tra i soggetti sia reale o alterata da un effetto prospettico dovuto all’uso di un teleobiettivo: l’attenzione del soldato potrebbe addirittura non essere affatto rivolta alla donna ritratta.
Ma, al di là di questi elementi tecnici, resta il punto centrale: la scelta di quella specifica immagine, seppure non fosse alterata, orienta la lettura dell’intero servizio, predispone psicologicamente il lettore a provare biasimo verso il soldato. Ed è proprio qui che si pone il problema. Perché l’utilizzo di una foto costruita in questo modo – isolando un volto, enfatizzandone negativamente i tratti distintivi riconducibili a una precisa categoria (ebreo e soldato israeliano) e caricandolo di un significato simbolico – richiama immediatamente a certe rappresentazioni propagandistiche del passato, che credevamo ormai sepolte dalla storia. Infatti, nella propaganda antiebraica degli anni Trenta il volto dell’ebreo veniva trasformato in caricatura, tipizzato, usato come simbolo associato a un’azione malvagia contro un “altro” da colpire.
C’è qualcosa di profondamente, ancestralmente antisemita in questo tipo di rappresentazione. Ripeto: non è il contenuto dell’articolo che qui intendo giudicare. Ma il modo di esporlo – e, soprattutto, di rappresentarlo visivamente – che è profondamente sbagliato.
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