Un atto di guerra. Un’«azione difensiva». Variano le definizioni e i punti di vista, ma una cosa è certa: l’uccisione del generale Qassem Soleimani, uno degli uomini più potenti dell’Iran, rischia di far esplodere la polveriera mediorientale, con conseguenze che andrebbero molto al di là di questa cruciale area del mondo. Nulla sarà come prima: su questo non c’è diversità di vedute nelle capitali arabe, a Gerusalemme, nelle cancellerie europee, a Bruxelles come a Mosca. E naturalmente a Washington, da dove è partito l’ordine di eliminare il comandante della Forza Quds, il reparto di élite dei Pasdaran.

L’operazione americana è stata condotta con l’uso di un drone che ha individuato come obiettivo l’auto che avrebbe dovuto portare a Baghdad Soleimani e il numero due della milizia paramilitare sciita Hashd Shaabi, Abu Mahdi al-Mohandes, appena sbarcati nell’aeroporto cittadino. Al razzo che ha ucciso il militare iraniano ne sono seguiti altri che hanno provocato almeno 12 morti, secondo quanti riferiscono fonti russe. «Su istruzioni del presidente i militari americani hanno intrapreso una decisa azione difensiva con l’uccisione del generale Qassem Soleimani per proteggere il personale americano all’estero». Con questo comunicato il Pentagono ha annunciato il raid compiuto vicino Baghdad. Secondo il Pentagono Soleimani stava «attivamente mettendo a punto piani per colpire i diplomatici americani e uomini in servizio in Iraq e in tutta la regione». Questo il primo commento su Twitter di Donald Trump al raid della notte scorsa.

Prima di questo tweet, il presidente americano – che aveva già espresso lo stesso concetto a fine luglio – aveva postato la bandiera degli Stati Uniti. Soleimani «era responsabile direttamente o indirettamente della morte di milioni di persone tra cui l’enorme numero di manifestanti uccisi» in Iran. Così su Twitter ha poi commentato Trump. The Donald ha deciso: nell’anno presidenziale, il ruolo da rivestire non è quello del presidente che riporta a casa i ragazzi in divisa impegnati al fronte, ma quello del commander in chief che ha assestato un colpo durissimo, forse mortale, all’Impero del male del Terzo Millennio: l’Iran.

L’eliminazione del comandante-ombra è una mossa politica, l’apertura in grande stile della campagna elettorale. E poi cosa c’è di meglio che una guerra contro lo Stato canaglia, finanziatore del peggiore terrorismo per cancellare la procedura di impeachment. Non sarebbe la prima volta: 1974, impeachment per Richard Nixon, bombardamento in Cambogia; 1998: Bill Clinton rischia l’impeachment per il caso Lewinsky, bombardamento natalizio su Baghdad. Ed ora, ci prova The Donald. E poco importa della reazione di Mosca, tanto meno delle cancellerie europee, che per Trump contano meno di zero. Ma ora è allarme rosso.

L’ambasciata Usa a Baghdad ha sollecitato i cittadini americani a «lasciare l’Iraq immediatamente» dopo l’attacco in cui è rimasto ucciso il generale Soleimani. E nella base americana Union III è scattato il livello di allerta estrema. L’avamposto è sede del Combined Joint Task Force-Operation Inherent Resolve e Joint Operations Command-Iraq, la coalizione internazionale anti-Isis e il commando delle operazioni militari irachene. Tutto il personale ha così l’obbligo di indossare giubbotto antiproiettile ed elmetto. È proibito inoltre girare da soli, usare strutture ricreative e fare qualsiasi movimento al di fuori della base. Nessuno si fa illusioni: la reazione iraniana, diretta o attraverso le milizie sciite mediorientali, ci sarà. E sarà durissima. Il primo a saperlo è Israele, dove è scattato lo stato di massima allerta. «L’opera e il percorso del generale Qassem Soleimani non si fermeranno qui. Una dura vendetta attende i criminali, le cui mani nefaste si sono macchiate del sangue di Soleimani e degli altri martiri dell’attacco avvenuto la notte scorsa».

È il messaggio lanciato dall’ayatollah Ali Khamenei, Guida suprema dell’Iran, che ha proclamato tre giorni di lutto nazionale dopo il raid aereo americano all’aeroporto di Baghdad  Anche il presidente iraniano, Hassan Rouhani, poco prima di nominare il vice di Soleimani, Esmail Qaani, nuovo capo della Forza Quds, si è scagliato contro gli Stati Uniti: «Gli iraniani e altre nazioni libere del mondo si vendicheranno senza dubbio contro gli Usa criminali per l’uccisione del generale Qassen Soleimani – ha dichiarato – tale atto malizioso e codardo è un’altra indicazione della frustrazione e dell’incapacità degli Stati Uniti nella regione per l’odio delle nazioni regionali verso il suo regime aggressivo. Il regime americano, ignorando tutte le norme umane e internazionali, ha aggiunto un’altra vergogna al record miserabile di quel Paese».

Un altro alto rango della Forza Quds, Mohammad Reza Naghdi, citato dall’agenzia Fars giura che la vendetta sarà sanguinosissima: gli Usa devono cominciare a ritirare le loro forze dalla regione islamica da oggi, o cominciare a comprare bare per i loro soldati – ha affermato – Il regime sionista dovrebbe fare le valigie e tornare nei Paesi europei, da dove è venuto, altrimenti subirà una risposta devastante dalla Ummah (la comunità, ndr) islamica. Possono scegliere, a noi non piacciono gli spargimenti di sangue.

Vendetta promettono Hezbollah, Hamas, la Jihad islamica palestinese, le milizie yemenite… Il leader sciita iracheno Moqtada al-Sadr ha già dato ordine ai suoi combattenti, su Twitter, di «tenersi pronti», riattivando così la sua milizia ufficialmente dissolta da quasi un decennio e che aveva seminato il terrore tra le fila dei soldati americani in Iraq. In Medio Oriente il 2020 nasce nel segno di guerra. Ed è solo l’inizio.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.