Se in Italia c’è una persona che conosce il “pianeta Russia” in ogni sua piega, questa persona è senza dubbio l’Ambasciatore Sergio Romano. Nella sua lunga e prestigiosa carriera diplomatica, è stato, tra l’altro, ambasciatore presso la Nato e ambasciatore a Mosca (1985-1989), nell’allora Unione Sovietica. E stato visiting professor all’Università della California e a Harvard, e ha insegnato all’Università di Pavia, a quella di Sassari e alla Bocconi di Milano. Tra i suoi numerosi libri, ricordiamo, per quanto riguarda la Russia, Processo alla Russia.

Un racconto (Longanesi, 2020); L’Europa tra Trump, Putin e Xi (Ediesse, 2019); Il giorno in cui fallì la Rivoluzione. Una controstoria della Russia rivoluzionaria dal 1917 al 1991 (Solferino, 2018); Putin. E la ricostruzione della grande Russia (Longanesi, 2016); In Lode della Guerra Fredda. Una controstoria (TEA, 2015). Con l’Ambasciatore Romano, Il Riformista torna a riflettere sul caso di spionaggio che, parole del ministro degli Esteri Luigi Di Maio ieri alle Commissioni esteri di Camera e Senato in seduta congiunta, si configura come «un atto ostile di estrema gravità».

Ambasciatore Romano, per ragionare su questo affare di spionaggio, fuori dalle ricadute polemiche di politica interna, partirei proprio dalla considerazione del titolare della Farnesina. È davvero un atto di “estrema gravità”, senza precedenti?
Le do un consiglio: se va indietro nel tempo, senza esagerare ma restando diciamo agli ultimi dieci-vent’anni, di episodi del genere ne troverà parecchi e in parecchi Paesi. Perché lo spionaggio fa parte in qualche modo della continuità di un rapporto politico-diplomatico. Insomma, sono fenomeni che non hanno nessuna novità. Adesso tutto questo accade in una situazione in cui la Russia è discussa per una serie di ragioni che conosciamo, e allora è inevitabile che dovendo cercare di spiegare al lettore quello che sta accadendo, evochiamo altre vicende analoghe del passato. Francamente di queste cose io ne ricordo parecchie…

Lei è una memoria storica quanto a vicende politico-diplomatiche che hanno riguardato le più grandi potenze, Russia e Usa in primis…
Lasci stare la memoria storica. Ne ricordo parecchie semplicemente perché sono parecchie, sono numerose. E in ogni caso accade esattamente sempre la stessa cosa. Tutte queste vicende sono state gestite allo stesso modo. Il Paese vittima, per così dire, naturalmente espelle qualcuno. E l’altro Paese che vuole evitare di passare per sconfitto o punito, cosa che è inelegante e dà fastidio a tutti i Paesi, ricambia il “favore”, mandando qualcuno a casa. C’è un ricordo personale in proposito che mi torna alla memoria che se crede potrei raccontarle…

Certo che sì, Ambasciatore.
Ero da poco arrivato a Mosca, questione di giorni o poco più, e il controspionaggio italiano aveva trovato un sovietico che faceva il suo mestiere, il mestiere del Kgb, non un mestiere nobile ma pur sempre un mestiere. Fu scoperto ed espulso. Dopo di che i sovietici hanno espulso uno dei nostri in ambasciata. Successivamente, espletato questa “ritualità”, le due parti hanno fatto del loro meglio, il più rapidamente possibile perché ci si dimenticasse di tutto. Se ne parla particolarmente perché in qualche modo si vuole teorizzare qualcosa sul rapporto Italia-Russia. Ma questo è un errore. Queste cose fanno parte della routine dei rapporti internazionali, accadono in tutti i Paesi, il percorso è sempre lo stesso. Quello che è stato preso con le mani nel sacco viene espulso, il Paese di quell’espulso deve reagire, non può non farlo perché altrimenti anzitutto viene accusato di essere doppiamente responsabile e poi perché c’è anche un sentimento di orgoglio di questi servizi d’intelligence. Questi servizi hanno un senso di orgoglio del loro mestiere. Questo vale per i grandi servizi inglesi, che hanno una grande tradizione, i servizi francesi, i servizi tedeschi…. Non vogliono essere considerati come persone che ti ingannano, che ti truffano. Sono servitori del loro Paese in un quadro discutibile sì, ma non privo anche della sua nobiltà, della sua competenza professionale. I servizi d’intelligence sono gloriosi di se stessi. E questo occorrerebbe capirlo.

Un’ultima cosa, Ambasciatore Romano. Lei in precedenza ha fatto riferimento ai rapporti Italia-Russia. In queste settimane, coincise con la nascita del nuovo governo Draghi, si è molto usata la parola “atlantismo” per indicare uno dei tratti che dovrebbero distinguere l’attuale esecutivo. Ma che cosa si dovrebbe intendere con questa definizione? Una rimessa in discussione dei nostri rapporti con Russia e Cina, ad esempio?
Francamente non lo so cosa possa significare questa evocazione “atlantica”. Il mondo cambia, c’è un Paese con cui dobbiamo fare i conti sotto il profilo economico e sotto quello politico, non possiamo non avere dei rapporti con la Cina. E non possiamo nemmeno ignorare che questi rapporti sono desiderati anche da settori dell’economia italiana che con la Cina hanno dei buoni rapporti. Questo non significa che si debba rinunciare ad avere altre vecchie amicizie. D’altra parte non mi sembra che gli Stati Uniti, per esempio, non abbiano rapporti con la Cina. E allora? È forse proibito?