Lula come Craxi, abbiamo intitolato in prima pagina. Perché le due storie si assomigliano. Craxi era più anziano, Lula è più giovane. Sono stati due grandi leader socialisti. Craxi alla fine del secolo scorso. Primo presidente del consiglio socialista della storia italiana. Riformista d’acciaio. Ha sfidato la borghesia, ha sfidato il Pci e la Cgil, ha sfidato gli americani e gli israeliani, i dittatori sudamericani e quelli dell’est Europa. Ha sfidato i giudici. È dovuto scappare dall’Italia perché i magistrati volevano farlo prigioniero. È morto in esilio.

Quando Craxi guidava il Psi, e poi governava, Lula era un giovane e combatteva contro il regime militare fascista brasiliano. Poi la dittatura è caduta e Lula è diventato il capo del sindacato, e subito dopo il capo del partito socialista (il Pt, partito dei Trabalhadores) e infine per sette anni è stato Presidente del Brasile. Da presidente ha realizzato grandi riforme, ha ridotto la povertà, l’analfabetismo, le differenze sociali. Ha sfidato i latifondisti e la vecchia classe borghese che fino a quel momento avevano dominato in Brasile. Ha lasciato la presidenza con un indice di popolarità dell’80 per cento. Cifra mai vista.

Craxi e Lula hanno pagato cara la loro spavalderia. Sono stati messi nel mirino della magistratura e perseguitati in modo drammatico. Craxi è stato condannato a molti anni di carcere, è stato abbandonato da tutto il mondo politico, è dovuto riparare all’estero, in esilio a Tunisi, si è ammalato, è stato curato male, è morto a sessantacinque anni, solo solo, in un lettino scassato di ospedale, dopo essere stato operato in una sala di fortuna, con una infermiera che teneva la lampada per illuminare la ferita, assistito solo dai suoi figli e dalla moglie. I magistrati vietarono ad alcuni suoi parenti di partecipare ai funerali. Me li ricordo i funerali di Craxi, la nipotina che piange sulla bara e il prete che tuona leggendo il vangelo di Matteo: “Beati i perseguitati per causa di giustizia…”. Già. La morte di Craxi è una delle ferite vergognose ancora aperte nella storia della repubblica italiana. Non sarà facile sanarla. È una ferita che brucia non solo per i militanti del suo partito e per gli eredi del Psi (cerchia alla quale io non ho mai appartenuto) ma per tutto il paese, per la gente per bene, quelli che credono nel diritto e nella democrazia.

La storia di Lula è simile. Però forse è a lieto fine. Anche lui è stato preso a bersaglio dai magistrati. In particolare da un magistrato, un certo Sergio Moro, che è un allievo proprio dei suoi colleghi italiani di Mani Pulite. Moro lo ha sempre dichiarato: “Ho imparato tutto da loro”. In particolare da Davigo, che ha invitato varie volte in Brasile. Moro ha accusato Lula di tanti possibili reati di corruzione. Convinto che fosse lui il capo del sistema di finanziamenti a tutti i partiti, che negli anni duemila aveva fatto irruzione nella politica brasiliana. Moro però voleva proprio lo scalpo di Lula, soprattutto perché Lula era popolarissimo nel suo paese. Voleva eliminarlo dalla politica. E lo ha perseguito e condannato senza uno straccio di prova.

La contestazione essenziale è stata quella di avere ricevuto in dono illegittimo un appartamento sulla riva del mare, a San Paolo, e poi un casolare in campagna. Ma per ricevere in dono un appartamento bisogna che questo appartamento diventi tuo, o di tua moglie, o di un tuo parente o amico. E questo non è successo. Le proprietà immobiliari oggetto dell’accusa non erano mai appartenute né a Lula né a nessuno riconducibile a lui. Moro decise lo stesso la condanna, e lo fece arrestare, in modo spettacolare, mentre Lula si preparava a correre per tornare Presidente. Arrestandolo lo tagliò fuori della corsa e permise la vittoria elettorale della destra, cioè di Bolsonaro. Pochi giorni dopo Moro fu nominato da Bolsonaro ministro della giustizia. Un golpe vero e proprio, palese. Che diventò ancora più palese quando uscirono le intercettazioni di alcuni colloqui tra Moro e il di magistrati che sosteneva l’accusa a Lula, dalle quali risultava del tutto evidente la congiura, e la illegittimità delle accuse, e il carattere di lotta politica che aveva il processo. Lula intanto era in prigione. È rimasto in cella per quasi due anni, prima di ottenere la libertà provvisoria.

L’altro giorno finalmente il tribunale supremo ha fatto giustizia. Ha accertato che Moro non aveva la competenza per giudicare Lula. Le condanne sono cadute tutte. Lula torna di nuovo candidabile alla presidenza. Si vota nel 22. I sondaggi dicono che oggi Lula sarebbe già in vantaggio su Bolsonaro: 50 a 38. Lula ieri ha detto che finalmente il Brasile potrà liberarsi di un “troglodita”. Bolsonaro invece ha tuonato contro le toghe rosse, che qui in Brasile fanno il lavoro opposto – evidentemente – rispetto alle toghe rosse italiane: scarcerano, invece di mettere le manette.

Oggi qui in Italia esultano per Lula anche molti esponenti di partiti che si sono sempre dichiarati dalla parte dei giudici. Anche Grillo esulta. Può darsi che Grillo abbia ripensato all’orrore di tanti anni passati nel fronte forcaiolo. E che ci abbia cambiato idea. Benissimo: però farebbe bene a spiegare il suo pensiero. A dichiarare: viva Lula, viva Craxi. Allora sì. In Italia, negli anni passati Lula è stato difeso, forse, solo da D’Alema. La sinistra non osava sfidare i giudici. La destra non osava schierarsi con un socialista. Peccato.

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.