Siamo al ritorno del figliol prodigo. Dopo averla fatta tanto penare, l’Ungheria torna tra le braccia di mamma-Europa. Nella visita di due giorni a Bruxelles, iniziata ieri, il premier ungherese, Péter Magyar, incontra i vertici Nato e Ue. Oggi soprattutto è previsto il bilaterale con Ursula von der Leyen. Il leader di Tisza porta doni importanti alla presidente della Commissione. Il ritorno di Budapest nella Corte penale dell’Aja, l’adesione alla Procura europea e soprattutto il nulla osta per l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione. A patto che vengano riconosciuti da Kyiv i diritti della minoranza ungherese della Transcarpazia. È un pacchetto di buone intenzioni finalizzato a sbloccare il fondo di ricostruzione post-Covid, da 10,4 miliardi di euro, che Bruxelles aveva deciso di tenersi per sé a causa del mancato rispetto dello Stato di diritto da parte del governo Orbán.

È rapido il colpo di spugna con cui Magyar cerca di cancellare i 16 anni dell’esecutivo precedente. Vista la situazione politica ed economica internazionale, assunto il fatto che gli Usa di Trump hanno d’improvviso perso interesse per il loro piccolo alleato – senza riuscire nemmeno a far vincere Orbán alle elezioni di aprile – e osservata la debolezza della Russia, Budapest rischiava di restare isolata. L’Ungheria alla fine è un piccolo Paese agricolo, senza sbocchi sul mare e privo di risorse naturali. Il suo Pil vale l’1% di quello dell’intera economia Ue. Con una popolazione, 9 milioni di abitanti circa, irrisoria rispetto ai 447 milioni totali dei cittadini europei. Irrisoria in termini assoluti, quanto presi come potenziali consumatori. Gli ungheresi sono terz’ultimi per reddito pro capite tra i 27 membri Ue. Peggio è il quadro della Difesa. Il Paese ha una forza armata di circa 43mila uomini, contro i 3,2 milioni di militari in forza a tutta la Nato. La Grecia è più del doppio. Lasciamo perdere il confronto con le potenze vere dell’Alleanza. Era logico che un premier pragmatico andasse a bussare alla porta di un’Europa, sì claudicante e ancor più lenta ed esposta ai venti del cambiamento, ma è pur sempre l’Europa.

Von der Leyen sarà contenta. Così chiude un dossier spinoso. Ma questo non le permette di chiamare Zelensky e dirgli: «Sarai presto dei nostri». I recenti dati sul consumo di gas russo nel nostro continente dimostrano che l’Europa finanzia ancora la guerra di Putin. Nonostante le sanzioni. Francia e Belgio sono le due nazioni Ue che, ad aprile, hanno ripreso le importazioni di Gnl da un mercato nemico. Il divieto totale di importazioni scatterà nel 2027. Fino ad allora, le economie europee si sentono in diritto di sfruttare quella risorsa. Soprattutto ora che la crisi di Hormuz strangola il mercato energetico. Francia e Belgio sono due partner fondatori dell’Europa unita. Da sempre hanno indicato l’identità e la linea politica dell’Unione. Anche nell’energia. Oggi si scopre che non riescono a fare a meno di Mosca. Come succedeva – ed era l’accusa più severa che gli si rivolgeva – all’Ungheria di Orbán. Viene in mente l’aut-aut draghiano tra la pace e il condizionatore, sembra che Parigi e Bruxelles stiano optando per il secondo. Non sono i soli. Effettivamente la crisi iraniana ha portato molti governi Ue a ricordarsi che tengono famiglia. Di conseguenza, l’attenzione per la causa ucraina rischia di venir meno anche di qua dell’Atlantico. D’altra parte, dopo tanti anni di critiche, accuse e sanzioni, si rischia di seguire la strada che al tempo era di Orbán. Del resto, era stato il premier belga, Bart De Wever, già a dicembre a rivelare un segreto di Pulcinella. Bloccando temporaneamente i 90 miliardi di euro destinati a Kyiv, aveva fatto capire che è l’interesse nazionale a prevalere. Non quello europeo. E tantomeno le sorti dell’Ucraina. Al tempo si dava addosso a Orbán. Oggi che il Monsieur Malaussène della politica europea è andato a casa, si osserva quanto Kyiv sia molto più sola di quello che l’Ue vuole far credere.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).