Nella Prima repubblica sarebbe stato impossibile. Nella Seconda impensabile. In questa terra di mezzo dove tutto si intreccia, si confonde, si trasforma è diventato realtà. Va in scena il primo sciopero generale populista del sindacalismo italiano. A convocarlo non sono stati i sindacati autonomi, quelli corporativi, quelli delle professioni o dei mestieri, quelli dell’uno vale uno anche nel lavoro che delle compatibilità economiche e delle diseguaglianze se ne fregano altamente perché il loro unico metro di misura è il proprio potere di distruzione e di veto.

A convocare il primo sciopero generale populista nella storia del nostro Paese, sono stati due sindacati confederali. I due dai quali meno te lo saresti aspettato, quelli che provengono da una tradizione socialista, laica e comunista: la Uil di Bombardieri e la Cgil di Landini. I due sindacalisti per spiegare la chiamata alle armi dei loro iscritti hanno affastellato ragioni tra le più disparate: dalla precarietà, alla riforma fiscale; dalle pensioni, alla politica industriale ed economica; dalle ingiustizie –genericamente intese-, alle politiche sanitarie e sociali, dal nuovo modello di sviluppo al cuneo fiscale. Un guazzabuglio di motivazioni in cui ognuno poteva trovare un motivo di protesta e quindi di adesione.
Dietro l’ufficialità traspare una realtà assai diversa. L’ha lasciato capire lo stesso Landini che a più riprese ha rivendicato un potere di veto in materia economica e sociale nei confronti delle scelte dell’esecutivo e della maggioranza e ha indicato i partiti come nemici dei lavoratori e veri responsabili della rottura tra governo e sindacati.
La sua Cgil chiede di contare, di contare più della maggioranza, più dei partiti, più del Parlamento. Interpreta il dialogo sociale in termini fortemente vincolistici, equiparando, di fatto, libere associazioni di interesse alle rappresentanze politiche elette, sovvertendo così l’ordine costituzionale che assegna ai partiti, tramite libere elezioni, la rappresentanza dei cittadini.

Si tratta dunque di uno sciopero ultra politico, convocato più contro i partiti che contro il governo e contro chi avrebbe dovuto supportare con maggiore impegno dentro la maggioranza le istanze sindacali: le forze del centrosinistra, Pd in testa. Ancor più è uno sciopero che segna una rottura delle confederazioni sindacali con il proprio passato. Non più cinghia di trasmissione, né organizzatore e referente sociale, il sindacato prova ora di farsi partito senza esserlo, a rappresentare il popolo senza sottoporsi alle regole della democrazia rappresentativa, a contare nel gioco politico fuori dalla politica e contro le istituzioni. Azzardi simili vi furono anche in passato. La Cgil di Cofferati, ad esempio, lanciò una vera e propria opa ostile nei confronti dei Ds. Finì malissimo. Quelli passati furono però tutti tentativi interni al campo politico che di quel campo rispettavano le regole. Quella odierna è un’impresa totalmente diversa. Convinti che la rappresentanza del lavoro non possa più fare affidamento sulle attuali formazioni politiche, questi sindacati tentano la strada populista cercando di farsi partito saltando i partiti, chiamando in piazza un sedicente popolo contro le forze parlamentari sorde e chiuse alle loro sofferenze e invocazioni.

Se una tale scelta è comprensibile per la Cgil di Landini che fa di questo sciopero il primo passo di una coalizione sociale 2.0, incomprensibile è l’adesione della Uil, di quel sindacato dei cittadini, come lo aveva caratterizzato un grande sindacalista come Giorgio Benvenuto, che del dialogo, della ragionevolezza, del riformismo aveva fatto la sua ragione di esistenza, raccogliendo rispetto e consensi. Vedremo quale sarà l’adesione e come si distribuirà nel mondo del lavoro. Anche se i numeri dessero torto ai due sindacati, come già successo pochi giorni fa nella scuola dove ha scioperato solo il 6% dei lavoratori, i loro leader troveranno mille ragioni per dichiarare il successo della loro iniziativa e per continuare nella costruzione di una forza sociale e politica populista. Se questo accadrà non dipenderà dall’adesione o meno dello sciopero, ma da quanto partiti e governo sapranno arginare il loro tentativo di assalto alle regole e alla loro rappresentatività.

Catilina