Diego Armando Maradona avrebbe potuto continuare a vivere. È a questa conclusione che è giunta la perizia di undici professionisti incaricati dalla magistratura di accertare non soltanto le cause della morte ma anche il livello di assistenza che era stato prestato da medici e infermieri, in particolare nell’ultimo mese, dopo l’operazione al cervello presso la clinica Olivos.

Continua l’inchiesta della magistratura di San Isidro sulla morte del campione avvenuta il 25 novembre nel Barrio San Andres a Tigre, 25 chilometri da Buenos Aires. La procura argentina ha modificato il capo di accusa per sette medici che avrebbero dovuto assistere l’ex campione del Napoli e della Seleccion argentina, da omicidio colposo in omicidio semplice con dolo eventuale, punito con una detenzione da 8 a 25 anni di carcere.

I sette indagati sono il neurochirurgo, la psichiatra, lo psicologo, tre infermieri e la coordinatrice dell’assistenza domiciliare. Saranno tutti interrogati dal 31 maggio al 14 giugno per fare luce su quanto accaduto negli ultimi giorni di vita di Maradona.

Si cercherà di fare luce soprattutto sul punto più oscuro della perizia presentata in procura, quella che riguarda le ultime 12 ore di vita del campione. Secondo la commissione, Diego “era stato abbandonato alla sua sorte” e il trattamento medico era stato “deficitario”. Sarebbe stato in agonia per ben 12 ore senza che vi fosse l’intervento di un medico, un infermiere, un assistente, un familiare in quella stanza dell’appartamento a Tigre.

Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.