“Non posso obbligare un paziente e ricoverarlo in un manicomio se non ho un parere in questo senso da uno psichiatra. Per Maradona ho fatto più del dovuto, non meno”. Queste le parole di Leopoldo Luque, 39 anni, il neurochirurgo che a inizio novembre ha operato al cervello Maradona per un ematoma subdurale e che oggi è stato iscritto nel registro degli indagati con l’ipotesi di omicidio colposo da parte della procura di San Isidro che vuole far luce sulla morte del campione argentino.

“Ogni volta ci riunivamo per capire cosa fosse meglio per Maradona, e non potevamo andare contro la sua volontà. Senza Diego niente poteva essere fatto. Perché adesso non indagano su chi era Maradona?” si difende Luque che spiega: “Non ci sono errori medici, Maradona ha avuto un attacco cardiaco, un infarto, e purtroppo è la cosa più comune del mondo morire così”.

La polizia, su disposizione del pool di magistrati istituito dal procuratore generale di San Isidro, John Broyad, ha perquisito la casa e la clinica del neurochirurgo. L’accelerazione nelle indagini arriva dopo che gli inquirenti hanno acquisito le testimonianze di un infermiere dello staff di assistenza di Maradona e della sua cuoca fidata, ‘Monona‘, e dopo aver ascoltato le tre figlie di Maradona (Dalma, Giannina e Jana).

Quelle figlie che il fuoriclasse argentino non voleva vedere negli ultimi tempi, compreso il 30 ottobre scorso, giorno del suo 60esimo compleanno, perché era depresso.  “Gli ho chiesto di alzarsi per ricevere le figlie, perché non le voleva ricevere – racconta Luque -. Il controllo neurologico era buono, non stava bevendo alcol e i farmaci che stava assumendo erano stati predisposti da una equipe di sanitari e psicologi. Diego era un paziente difficile, a volte mi cacciava di casa, poi mi telefonava chiedendomi di tornare”.

Maradona è stato dimesso dalla clinica dove è stato operato l’11 novembre scorso e dalle prime indagini è emerso che Luque non si era più recato nella villa del quartiere di San Andres, nella zona di Tigre, dove Maradona trascorreva la sua convalescenza.

Alla base ci sarebbe stato un furibondo litigio avvenuto il 19 novembre, sei giorni prima del decesso, con grida e insulti. Una lite che sarebbe arrivata anche alle mani, secondo quanto riferito dall’infermiere e anche dalla cuoca. “Con Diego era così – spiega il neurochirurgo – lui odiava i medici, odiava gli psicologi, ma con me era diverso. Diego aveva tanti problemi prima che lo incontrassi, Diego aveva bisogno di aiuto, non era un pazzo”.

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“Non so perché stiano cercando un colpevole” ha detto Luque intervistato dalla stampa argentina. “Sono rimasto sorpreso – aggiunge – perché quando Diego e’ morto io sono arrivato sul posto e le forze dell’ordine stavano lavorando. Ero a loro disposizione. E’ il loro lavoro, sono procedure legali che non ho intenzione di criticare. So cosa ho fatto, so come l’ho fatto. Sono assolutamente sicuro di aver fatto del mio meglio”.

Per Luque “Diego era un paziente dimesso. Sono io che l’ho accompagnato in clinica. Il mio ruolo era quello di riuscire a far capire le cose a Diego. Non poteva essere portato in un ospedale neuropsichiatrico perché non c’erano criteri medici e un centro di riabilitazione richiede la volontà di Diego” ma “non voleva, né voleva un accompagnamento terapeutico”.

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Sulla presunta raccomandazione della Clinica Olivos, dove Maradona è stato operato il 3 novembre scorso, di non dimetterlo, Luque ha chiarito: “E’ una bugia. La clinica ha funzionato perfettamente. Lo abbiamo operato, era in condizione di dimissione e nonostante ciò prima di farlo uscire lo abbiamo trattenuto ancora un pò”.

Poi, tra le lacrime, ha concluso: “Se io sono responsabile di qualcosa, è di aver amato Diego, di essermi preso cura di lui per prolungare la sua vita il più a lungo possibile, fino all’ultimo. Ho amato Diego, era un padre per me. Ho fatto quello che doveva essere fatto e anche di più. Non ho niente da nascondere, niente. Sono orgoglioso”.

LE PAROLE DI MONONA – La domestica ha raccontato alla giornalista argentina Luciana Geuna le ultime ore di vita di Maradona. “L’ultima notte ha chiesto un te e dei biscotti”. Monona ha poi riferito di averlo visto “arrabbiato, perché l’infermiere voleva cambiargli la maglietta e lui non voleva. Voleva restare solo”.

Dopo l’operazione Monona raccontò che Diego aveva “un comportamento bipolare, alcuni giorni stava bene, era socievole e gli ultimi tre giorni era chiuso in camera e voleva stare solo. Addirittura le chiese di colpire il medico”, racconta ancora la giornalista argentina. “Monona e Johny entravano a dargli le medicine perché Diego non voleva gli infermieri. Apriva la porta solo a Maxi e Monona”.

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L’ultimo a vedere in vita Diego Armando Maradona è stato il nipote, Johnny Espósito, figlio della sorella Maria Rosa. Erano le 23 di martedì 24 novembre, molte ore prima del decesso ufficiale, avvenuto nella tarda mattinata di mercoledì 25 novembre (le 15.30 in Italia) nella casa del quartiere San Andres, nella località di Benavidez, nel dipartimento di Tigre in provincia di Buenos Aires.