Gentile Direttore,
ho letto sul vostro quotidiano l’intervista al professor Ignazio Marino e Le sarei grata se volesse pubblicare questa mia riflessione.
Le sarei grata Direttore, perché le parole sono importanti, soprattutto quelle sbagliate. Chiunque conosce me e la mia storia sa che una frase come quella che mi viene attribuita “meglio che vinca la destra piuttosto che Marino” non solo non avrei mai potuto pronunciarla, ma non avrei mai potuto neanche pensarla. Oggi, a migliaia di chilometri di distanza, il professore si fa raccontare ciò che avviene a Roma senza valutare l’affidabilità delle sue fonti; lo stesso errore di quando stava chiuso nella sua stanza in Campidoglio. Ricordo al distratto professore che nel 2008, ben prima di conoscere mio marito, ero capogruppo nel mio municipio e sedevo sì nei banchi dell’opposizione, ma dell’allora sindaco Alemanno.

All’opposizione di quella destra che tanto male ha fatto a Roma e contro cui tutti ci siamo impegnati, lavorando sodo affinché, nella tornata successiva, il Partito democratico potesse vincere le elezioni. Nel 2013 sono stata invece eletta nella maggioranza che ha consentito al professor Marino di diventare sindaco. Sono stata come molti impegnata in quella lunga campagna elettorale che aveva ai nostri occhi il sapore del riscatto e della vittoria. Impegnata nei quartieri della tanto nominata periferia, dove sono nata e cresciuta. Ecco il punto, semmai, tutto da chiarire: dove finirono le buone intenzioni che annunciammo in campagna elettorale e che poi furono abbandonate lasciando quei quartieri stretti tra la solitudine e la rabbia? I fatti di Tor Sapienza e quelli di Ostia dovrebbero riportarci alla mente qualcosa, soprattutto a chi, in modo utilitaristico, distorce la realtà.

Infine, da ultimo sulle pagine del vostro giornale ma non certo per la prima volta, non vengo chiamata per nome dal professore, ma definita unicamente come la “signora Franceschini”. Sarebbe troppo semplice rispondere che non conosce il mio nome perché pur essendo stata consigliera della sua maggioranza non ha mai sentito la necessità di rivolgerci la parola, sarebbe ancora più semplice chiamare il professore con il cognome di sua moglie. Mi preme invece sottolineare come questo suo atteggiamento sia palesemente e vigliaccamente maschilista. Maschilista perché non riconosce la mia soggettività, e insieme alla mia, quella delle tante donne che, nonostante il loro lavoro, vengono ancora descritte come appendici degli uomini che hanno accanto. Del resto, si sa: non è politica, è un problema culturale.