La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, interviene a “Pulp Podcast”, il format YouTube condotto da Fedez, e la reazione di una parte del pubblico è stata immediata: polemiche e l’accusa di “abbassare” il ruolo istituzionale rivolgendosi a un mezzo ritenuto non adeguato. Eppure, più che descrivere una realtà, questa critica rivela i limiti comunicativi di chi la formula. YouTube non è un mezzo marginale. In Italia conta decine di milioni di utenti ed è pienamente mainstream. Non rappresenta nemmeno lo strumento più innovativo: il suo picco tra i più giovani risale agli anni 2010. Se usarlo significa “abbassarsi”, allora gran parte della comunicazione pubblica degli ultimi quindici anni dovrebbe essere considerata tale.

L’accusa risulta ancora più debole se confrontata con il contesto internazionale. Leader come Barack Obama, Donald Trump ed Emmanuel Macron utilizzano da tempo piattaforme digitali e formati non tradizionali. Non si tratta di eccezioni, ma della normalità di una politica che cerca di raggiungere il proprio pubblico ovunque esso si trovi. È questo il punto: dove stanno oggi le persone? Le nuove generazioni si informano sempre meno attraverso i media tradizionali e sempre più sui social. TikTok e Instagram non sono solo intrattenimento, ma spazi in cui si formano opinioni. Considerarli inadatti alla politica significa ignorare milioni di cittadini: non perché disinteressati, ma perché la politica non parla nei loro linguaggi.

L’idea che un presidente del Consiglio debba rivolgersi solo ai “professionisti dell’informazione” appare superata. La fiducia nei media tradizionali è in calo, mentre cresce il ruolo dei social nella diffusione delle notizie. Come ricordava Marshall McLuhan, “il mezzo è il messaggio”: ogni tecnologia ridefinisce il modo in cui i contenuti vengono percepiti. La comunicazione umana è sempre stata fatta di semplificazione e sintesi. Le vetrate delle chiese medievali raccontavano storie complesse attraverso immagini immediate; le “Storie di San Francesco” di Giotto condensavano narrazioni articolate in sequenze visive accessibili a tutti. Oggi un reel o un video breve svolgono una funzione analoga: rendere comprensibili e semplici tematiche difficili.

Anche l’idea di un’informazione “pura” e imparziale, contrapposta ai social, merita di essere ridimensionata. I giornali sono nati come strumenti politici, con linee editoriali esplicite. Ancora oggi, ogni informazione è il risultato di una selezione, di un taglio, di un punto di vista personale del giornalista. Non esiste assenza di filtro: esistono filtri diversi. C’è una parte della politica che, invece di criticare questi strumenti, dovrebbe interrogarsi sul perché non riesca a usarli con la stessa efficacia. Per questo, la presenza di Meloni in un podcast non rappresenta una rottura, ma un adeguamento coerente a uno scenario già consolidato. Il problema non è avere leader politici che parlino nei podcast o su YouTube. Il problema è che per troppo tempo non lo hanno fatto.