I dati elaborati da Unioncamere e dal Ministero dell’Ambiente non lasciano dubbi. L’economia reale dei 24 parchi nazionali e delle 30 aree marine protette d’Italia è cresciuta in maniera esponenziale, almeno fino a quando non si è scatenata l’emergenza Coronavirus. E per le imprese attive nelle riserve naturali, prime fra tutte quelle della Campania e del resto del Sud, continuare a investire nel verde potrebbe essere la strategia giusta per lasciarsi alle spalle la crisi economica in atto. A patto, però, che lo Stato semplifichi le procedure di autorizzazione all’interno dei parchi nazionali e le Regioni finanzino in maniera più consistente le riserve naturali di loro competenza. Ecco la proposta di Giampiero Sammuri, presidente di Federparchi, l’associazione che rappresenta i gestori delle aree protette nazionali. Le esperienze del parco nazionale del Cilento e di quello del Vesuvio, rispettivamente primo e terzo in Italia per numero di imprese attive, dimostra quanto sia conveniente investire in certe zone. Anche qui, però, la burocrazia resta un problema.

Per avviare un’attività o un intervento edilizio, gli imprenditori si perdono in una giungla di pareri e nulla osta, autorizzazioni e licenze, il cui rilascio spetta a enti diversi. Il che comporta un inevitabile allungamento dei tempi di realizzazione del progetto e un imprevedibile aumento dei costi. Come evitare, dunque, che gli investimenti nella green economy si risolvano in un flop? Riconoscendo il potere di autorizzazione a un solo ente. Un esempio? La legge suddivide i parchi in diverse zone: riserve integrali, riserve generali orientate, aree di protezione e aree di promozione economica e sociale. Nelle prime tre i livelli di tutela dell’ambiente sono più alti mentre nelle altre, più antropizzate, i vincoli sono meno stringenti. «Nelle prime tre aree la competenza dovrebbe spettare al Parco – spiega Sammuri – Nelle ultime, invece, potrebbe essere assegnata ai Comuni purché questi recepiscano il piano e il regolamento del parco. In questo modo le imprese dovrebbero rivolgersi a un solo ente e i gestori dei parchi perderebbero meno tempo, visto che l’80% delle istanze che ricevono riguarda proprio le aree più antropizzate».

In questo senso sembra andare la norma del decreto Semplificazioni che riconosce ai Comuni il potere nelle aree di promozione economica e sociale, senza però dire nulla sulle competenze nelle altre zone dei parchi. A ogni modo, resta da sciogliere un altro nodo: quello delle Soprintendenze, chiamate a esprimersi sui progetti da realizzare nelle zone vincolate. «Anche questo ostacolo – aggiunge Sammuri – si potrebbe superare assorbendo il parere di quegli enti nei provvedimenti emanati dai Parchi e dai Comuni, a seconda delle aree di competenza». In questo modo la burocrazia eviterebbe di ostacolare il lavoro che gli enti gestori dei parchi svolgono da anni per rendere i territori appetibili dal punto economico, oltre che ambientale.

A questo tema si affianca quello dei fondi. I 24 parchi nazionali italiani incassano dallo Stato circa 60 milioni di euro l’anno; molto di meno le 30 aree marine protette, destinatarie di somme che non superano i sei milioni; ancora di meno i parchi regionali che dai vari governatori ricevono cifre irrisorie. «Le Regioni dovrebbero destinare risorse più cospicue ai loro parchi – continua Sammuri – Con quei fondi si potrebbero pagare guide, migliorare i centri visita, investire in attività promozionali e rafforzare quella rete di servizi indispensabile per stimolare lo sviluppo economico nel rispetto dell’ambiente».

Una strategia, questa, che potrebbe fare al caso del Sud e, in particolare, della Campania che vanta ben nove parchi regionali. «Sono aree di grande interesse naturalistico – conclude Sammuri – che però dovrebbero capitalizzare al massimo l’appeal che l’intera Campania ha dimostrato di avere. Per farlo, però, servono investimenti forti da parte della Regione. Rafforzare l’economia di parchi nazionali, regionali e aree marine protette è la chiave per superare la crisi Covid».