Il pericolo di contagio è un ottimo pretesto per proseguire nella feroce politica di respingimento dei migranti. Li teniamo alla deriva come prima, uomini donne e bambini, ma ora con l’efficacissima giustificazione che c’è un’epidemia in corso. E così davanti alle nostre coste, ma senza che la notizia giunga a meritare l’interesse della stampa, galleggiano i lazzaretti del mare pieni di carne nera nemmeno più buona per il comizio a difesa della patria. Perché i migranti hanno perso perfino il diritto di essere i destinatari formali ed esibiti delle politiche discriminatorie del nostro Paese: non ci sono altri decreti sicurezza da approvare in favore di un’opinione pubblica allarmata e a sostegno di campagne elettorali consumate nel diversivo dell’invasione extracomunitaria, e ormai su quei barconi si può languire interminabilmente nella garanzia di un’assoluta disattenzione circostante.

E neppure la morte merita troppa stampa. È dell’altro giorno la notizia sostanzialmente clandestina di un giovane africano affogato dopo giorni di pacchia sulla Moby Zazà, una nave carica di migranti tenuti in quarantena al largo della Sicilia. Un giornale governativo ha scritto che “è caduto”; altri che si è suicidato: come se la pretesa accidentalità dell’evento o l’ipotetica matrice autolesionista del decesso fossero adatte a rubricare in modo accettabile la verità di uno scandalo che determina queste tragedie perché le prepara con cura nell’assenza di presidi elementari sufficienti a evitarle.

Il fatto certo è che non sarebbe caduto né si sarebbe buttato in mare se fosse stato al sicuro a terra: e non si sa più quanti ne siano morti in quel modo, come i disgraziati che si lasciano andare nel vuoto quando il grattacielo è in fiamme. Abbiamo bisogno di un cadavere bambino con la faccia affondata nella sabbia per trasalire momentaneamente, ma non capiamo che uno scempio identico si riproduce ogni qual volta muore un migrante: perché c’è qualcosa di osceno nella morte di chi scappa dalla fame, dalla povertà, dalla disperazione.

Ed è incredibile come non si capisca, come non si senta quant’è insultante la loro morte non per la dignità loro, ma per la nostra che li guardiamo morire. Vogliamo dire, contro il vero, che non muoiono per colpa nostra? Va bene, facciamo pure finta che sia così. Ma in ogni caso muoiono perché sono poveri. Muoiono perché sono senza diritti. E muoiono perché hanno la pelle di un altro colore. Tutte cose che dovrebbero farci dire: “prima loro”.