Non c’era bisogno di aspettare le proteste di Matteo Salvini per sapere quel che era prevedibile e che si è puntualmente verificato: lo sbarco post-elettorale di 403 migranti raccolti in mare in diverse operazioni dalla nave Ocean Viking della ong Sos Mediterranée. Sbarco post-elettorale, certo. La nave avrebbe potuto attraccare al porto di Taranto già sabato o domenica, ma il disco verde del Viminale è scattato solo a urne chiuse e dopo il sospiro di sollievo del Pd per non aver perso l’Emilia, come era invece capitato tre mesi fa in Umbria. Già, l’Umbria, un altro sbarco post-elettorale, anche più grave di quello di oggi, visto che i migranti erano rimasti in mare undici giorni senza che nessuno fiatasse, prima di poter sbarcare a Pozzallo.

Solo a urne chiuse e dopo i disastrosi risultati elettorali, i dirigenti del Pd, uno dopo l’altro (Matteo Orfini, poi il ministro Franceschini e anche Graziano Delrio), si erano sperticati in dichiarazioni in cui chiedevano con urgenza lo sbarco dei migranti. Scaricando, in un certo senso, ogni responsabilità sul ministro dell’interno Lamorgese, che ci piace immaginare imbarazzata, lei fedele servitore dello Stato, a dover stare al gioco come una pedina qualunque. Se la domanda non fosse retorica, ci sarebbe da chiedersi il perché.

Per quale motivo il principale partito della sinistra, l’erede del primo partito comunista d’Europa, il partito dei lavoratori e della giustizia sociale abbia così tanto timore del giudizio dei suoi elettori, soprattutto su un tema identitario come quello dell’accoglienza. È così difficile dire a voce alta che salvare vite umane è giusto, prima ancora che compassionevole e generoso? È così complicato trasferire la propria voce e i tanti discorsi su Ius soli e Ius culturae e sui diritti di quei bambini “che vanno a scuola con i nostri figli”, dalle aule del Parlamento alle piazze elettorali? E perché non passare dalle parole ai fatti andando a visitare, anche in mezzo al mare, questi 403 migranti (216 uomini, 38 donne, 149 bambini) sulla nave, mostrando al mondo la propria preoccupazione per le loro condizioni di salute, per i loro corpi che hanno sfidato le onde e la morte nella speranza di un futuro migliore?

Siamo sicuri del fatto che ogni donna e ogni uomo di sinistra nei giorni scorsi era là con il proprio pensiero, con quei bambini salvati dalle onde. Ma non con il proprio corpo. E neanche con la propria concreta solidarietà. Il motivo è uno solo: paura. Chiunque di noi frequenti le strade e le piazze (soprattutto di periferia) delle città, chiunque salga su un tram o una metro e senta parlare gli italiani di nascita e quelli che lo sono diventati, sa che nessuno o quasi di costoro, di qualunque etnia, vuole accogliere i nuovi migranti. Tutti razzisti quindi? Assolutamente no. È che, prima di tutto l’Italia non era pronta per un fenomeno enorme e inarrestabile come quello della migrazione oceanica. Secondariamente, c’è una certa ambiguità culturale sul significato del termine “accoglienza”. Accogliere vuol dire oggi sbattere persone in centri superaffollati e spesso gestiti da cooperative di incompetenti avidi.