Alcuni giorni fa, l’Associazione Pragma e il Centro Culturale di Milano hanno provato a fare ciò che la politica milanese troppo spesso sembra aver smesso – dimenticato – di fare: pensare la città prima di amministrarla. Si chiamava «Dove guarda Milano?» ed era una domanda precisa, e ampia al contempo, ma non retorica. A porla e provare a rispondere l’Arcivescovo Delpini, il demografo Alessandro Rosina, l’ex Rettore del Politecnico Ferruccio Resta, la costruttrice Regina De Albertis.

Ne è uscito qualcosa di più di un dibattito pre-elettorale. È uscita una diagnosi convergente: Milano attrae senza accogliere, cresce senza generare, accumula ricchezza e perde fiducia. Lessici diversi — pastorale, demografico, economico, ingegneristico — hanno detto la stessa cosa con accenti differenti. Che la città ha smarrito la grammatica della cura, che ha confuso il successo con il valore, che ha sacrificato il lungo periodo al rendimento trimestrale. Delpini ha proposto la metafora più potente: gli sguardi sotto la Madonnina. Sguardi che fotografano, sguardi che misurano, sguardi infastiditi, sguardi che pregano, sguardi che riconoscono. Una città che non sa più verso dove guardare insieme è una città che si sgretola in tribù, anche quando i bilanci sembrano in ordine. Restituire un punto comune di sguardo non è nostalgia: è infrastruttura civile.

È la condizione per chiedere ai giovani di restare. La pagina di questa settimana prova a raccogliere quel pensiero, perché diventi materia di una stagione politica che non deve e non può può ridursi al posizionamento dei candidati. Milano ha tutte le carte per restare attrattiva e globale, sapendo nel contempo essere accogliente e inclusiva. E’ questa la sfida per una buona politica.