Milano cresce e si svuota insieme. È la fotografia che il demografo dell’Università Cattolica Alessandro Rosina restituisce. Le nascite nel 2025 si sono fermate a 9.297, il dato più basso di sempre: nel 2018 erano oltre dodicimila. Eppure la popolazione tiene, perché Milano resta una calamita per i giovani in arrivo. È qui che si annida il problema. Rosina lo formula con una sintesi destinata a circolare: «attrattività senza accoglienza». Si arriva per studiare e per lavorare, ma poi qualcosa si inceppa. «Qui ci sono molti trentenni che arrivano, e poi non riescono a essere generativi all’interno del contesto di Milano, a realizzare i propri progetti di vita». Si viene per la carriera, si rinuncia alla famiglia. O viceversa, e allora si parte.

Il numero medio di figli per donna era arrivato a 1,5 — già sotto la soglia di sostituzione fra generazioni — ed è ora sceso a 1,1. Quindici anni fa Milano era sopra la media nazionale e regionale, anche grazie alle coppie immigrate. Oggi è sotto entrambe: le immigrate si sono adattate al basso, non gli autoctoni si sono allineati a un’aspirazione più alta. Il punto, per Rosina, non è la mancanza di servizi in assoluto. Milano ha conciliazione e occupazione femminile ai livelli europei. Il punto è il dislivello tra ciò che la città offre e ciò che pretende. «Chi arriva viene con alte aspettative: non basta avere servizi migliori rispetto allo standard, devono essere potenziati». Una città che chiede tutto deve restituire altrettanto. Non lo fa.

C’è poi un dato che racconta la solitudine ambrosiana. Le famiglie milanesi sono 781mila. Quelle composte da una sola persona sono 435mila: la maggioranza. «Milano è di fatto una popolazione fatta di persone in relazione, sì, ma in realtà di persone singole». Due categorie si spartiscono i single: gli over 80 e i trentenni. «Chi arriva nella condizione di single si trova talvolta intrappolato in quella condizione». Le coppie sposate con figli sono una su quattro rispetto a chi vive solo. Rosina chiude con un’osservazione qualitativa. «Molti giovani impegnati nel sociale lo facevano nel territorio di origine. Quando arrivano a Milano, tutto questo si perde». Si entra in una metropoli e si esce dalla propria storia. È in quel passaggio che Milano consuma il proprio capitale relazionale più prezioso.