Per capire cosa “dicono” le 132 pagine, le decine di tabelle e grafici e le centinaia di numeri della Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (Nadef), occorre guardare con la lente di ingrandimento i suoi quattro passaggi portanti. Nel primo, il governo presenta la sue previsioni “tendenziali” a legislazione vigente, cioè a bocce ferme senza alcuna manovra. Questi andamenti tendenziali si basano sulle previsioni internazionali ed europee alle quali l’Italia è legata a doppio filo. Il secondo indica la manovra di bilancio che il governo intende varare per il 2021 e che deve essere approvata entro il prossimo 31 dicembre. Sulla base della manovra proposta si definiscono quindi gli obiettivi programmatici che il governo intende perseguire e si valuta se la manovra di bilancio è in grado di far raggiungere quegli obiettivi.

Infine, poiché la manovra proposta dal governo si basa su aumento di deficit e di debito pubblico, è necessario valutare se “il gioco vale la candela”, cioè se questo aumento di debito è sostenibile in relazione proprio agli effetti di impulso alla ripresa che si intende con questo perseguire. Nell’anno del coronavirus questa operazione verità, chiarezza e trasparenza risulta oggettivamente più complicata del solito. Non a caso e giustamente il governo ha scritto nella premessa che tutte le analisi ed i numeri della Nadef sono legati alla ipotesi che «la distribuzione di uno o più vaccini anti-Covid cominci entro il primo trimestre del 2021 e che a metà anno la disponibilità di terapie e di vaccini sia tale da consentire al governo di allentare la gran parte, se non tutte, le misure restrittive. Di conseguenza il recupero dell’economia dovrebbe riprendere slancio nel corso del 2021 dando anche luogo ad un significativo effetto di trascinamento sul 2022». Qualunque persona di buon senso non può che associarsi a questo auspicio e incrociare le dita. Sta di fatto però che, come scrive lo stesso governo, restiamo appesi al sottile filo di questa pesante incognita che non riguarda solo l’Italia ma tutto il resto d’Europa e del mondo, anche alla luce della ripresa dei contagi di queste ultime settimane.

1. Gli andamenti tendenziali nel mondo, in Europa e in Italia
Nell’ipotesi che il mondo esca dalla pandemia a metà del prossimo anno, ipotesi auspicabile ma forse ancora un po’ ottimistica, il commercio mondiale dovrebbe riprendersi, dopo la caduta del -11,5% di quest’anno, con un rimbalzo al +8,6% nel 2021 e una crescita al 5% nel biennio successivo. Rispetto a questa ripresa l’Eurozona potrebbe subire un lieve effetto-freno a seguito di una prevista rivalutazione dell’8% della nostra moneta unica nei confronti del dollaro. In questo caso, quindi, significherebbe che la pesante crisi da coronavirus si esaurirebbe in poco più di anno e già all’inizio del 2022 si tornerebbe, nell’economia mondiale, ai valori precedenti.

In Italia queste previsioni tendenziali indicano che, dopo la caduta del pil del 9% quest’anno, ci sarebbe un rimbalzo al 5,1% nel 2021, al 3% nel 2022 e all’1,8% nel 2023. Anche da noi, quindi, dovremmo recuperare il livello del pil del 2019 a metà del 2023. Il nostro deficit pubblico sarebbe quest’anno pari a circa l’11% e scenderebbe a circa il 6% il prossimo anno per attestarsi tra il 3 ed il 4% nel 2022-2023. Il debito pubblico sarebbe quest’anno pari a 2.600 miliardi di euro, cioè il 158% del pil, e salirebbe a 2.825 miliardi nel 2023 scendendo in rapporto al pil “soltanto” al 154%. Laddove, invece, ci fosse una recrudescenza della pandemia, la Nadef indica che il nostro pil diminuirebbe quest’anno di quasi l’11%, non ci sarebbe il previsto rimbalzo del 5,1% nel 2021 con una crescita asfittica all’1,3% e il recupero del livello pre-Covid avverrebbe non prima di sei anni.

2. La manovra di bilancio per il 2021
Come sempre da parte di tutti i governi degli ultimi dieci anni, la manovra di bilancio che il governo si propone di realizzare per il 2021 non viene indicata in termini di singole voci di spese ed entrate pubbliche in quello che dovrebbe essere il quadro del bilancio consolidato delle pubbliche amministrazioni secondo gli obiettivi programmatici da porre a confronto con i dati del bilancio tendenziale a legislazione vigente. Da questo confronto per differenza si potrebbero così valutare analiticamente quantità e qualità della manovra nelle sue singole componenti. In realtà, la manovra viene sommariamente descritta in termini di soli saldi di bilancio, cioè di deficit, di saldo primario e di debito pubblico. Questo è un vulnus rilevante perché è evidente che, a parità di saldi, ciò che conta per valutare gli effetti sull’economia sono proprio le singole poste di spesa e di entrata. Faccio qui qualche riferimento semplice e concreto preso dal bilancio consolidato delle pubbliche amministrazioni a legislazione vigente. Il totale della spesa pubblica è quest’anno pari a 964 miliardi, il totale delle entrate è 786 miliardi, il deficit è a 178 miliardi. Nel 2021 la spesa totale è prevista scendere a 931 miliardi, le tasse in totale sono in crescita a 832 miliardi e il deficit dovrebbe attestarsi a 99 miliardi. Basterebbero questi numeri per capire che parlare di manovra solo in termini di saldi di bilancio (cioè di differenze tra spese ed entrate) è praticamente privo di senso.

Ma c’è di più. Per anni e anni ho cercato di far rilevare la assoluta opacità delle poste di bilancio così come indicate nei dati ufficiali pubblicati. Per esempio, appare sempre un voce chiamata “altre spese correnti” che quest’anno risulta essere pari a 83 miliardi di euro e nei prossimi anni si attesta comunque a 75-73 miliardi. Quanti tra i membri di governo, i nostri rappresentanti in Parlamento e tutti noi comuni cittadini sanno che cosa ci sia all’interno di questa voce di spesa che da sola rappresenta il doppio della manovra proposta? Si è fatto un gran parlare della necessità di maggiori investimenti pubblici. Ebbene nella Nadef si dice che quest’anno saranno pari a 45 miliardi (molto meno delle altre spese correnti) e sono destinati a salire di tre miliardi nel 2021 e di cinque miliardi nel 2022. È questo l’imponente sforzo necessario per aumentare gli investimenti pubblici?

Infine, i trasferimenti in conto capitale a fondo perduto che continuano a viaggiare attorno a 30 miliardi all’anno cosa sono? Non corrispondono proprio all’eventuale indennizzo per il mancato fatturato alle imprese e ai lavoratori autonomi che è stato erogato per il solo mese di aprile per cifre molto modeste e, in qualche caso, pure offensive del buon senso. A fronte di tutto questo, nulla si dice delle risorse del Mes, mentre si fa un generico riferimento a quelle del Recovery Fund prevedendone un primo modesto utilizzo attorno a 20 miliardi nel 2021. A ogni buon conto, la Nadef dice che nel 2021 il deficit sarà al 7% del pil e non al 5,7% della previsione tendenziale, salirà al 4,7% nel 2022 (oltre il 4,1% del tendenziale) e sarà contenuto al 3% nel 2022 contro il 3,3% del tendenziale. Il debito pubblico quest’anno sarà a 2.600 miliardi, salirà a 2.737 nel 2021 (contro i 2.714 del tendenziale), a 2.837 nel 2022 (contro i 2.783) e a 2.903 nel 2023 (contro i 2.825). Nel totale del triennio il nostro debito pubblico crescerà, quindi, di oltre 300 miliardi con un aumento di circa 80 miliardi rispetto ai dati tendenziali.

3. Gli obiettivi programmatici posti dal governo e l’efficacia della manovra proposta
A seguito della manovra proposta la crescita del pil sarebbe del +6% nel 2021, con un +0,9% rispetto al tendenziale, del 3,8% nel 2022 con un +0,8% sul tendenziale e del 2,5% nel 2023 con un +0,7% sempre rispetto al tendenziale. Negli anni successivi tale effetto di sostegno alla crescita si esaurirebbe. In sintesi, con 300 miliardi di debito in più, si otterrebbe un effetto cumulato di impulso alla crescita pari al 2,4% nei tre anni, cioè lo 0,8% all’anno. Nei soli dati tendenziali si ipotizza che il nostro pil dovrebbe crescere di circa l’11%. Con la manovra e 300 miliardi in più di debito, tale crescita, sempre da qui al 2023, sarebbe soltanto l’1% in più del tendenziale.

4. Aumento del debito e impulso all’economia
La manovra proposta dal governo si basa su aumento di deficit e di debito pubblico per oltre 300 miliardi con un effetto previsto di impulso alla crescita del pil di circa lo 0,8% all’anno. Dobbiamo allora chiederci se questo aumento di debito (in valore assoluto e nonostante la lieve riduzione in rapporto al pil) sia sostenibile o, meglio, ancora giustificabile in relazione proprio agli effetti di impulso alla ripresa che si intende con questo perseguire. Rimettiamo cioè sulle spalle delle future generazioni un ulteriore carico di debito per incassare in tre anni qualche briciola di crescita in più. Per avere un pari effetto (anzi, probabilmente ben superiore) sarebbe bastato utilizzare fin da aprile scorso i 37 miliardi del Mes per la sanità e la scuola. Oltre al maggiore impulso alla crescita, avremmo oggi anche migliori e più confortanti prospettive in questi due settori strategici per il nostro futuro a partire dalle prossime settimane e mesi.

Il riferimento ai fondi del Recovery Fund sembra essere un post-it, modesto e generico. Certo, passare dalla lista della spesa degli oltre 600 progetti a una strategia vera che stabilisce tempi e risorse per dieci o quindici grandi progetti in infrastrutture materiali e immateriali, non è semplice. Questo, però, è il compito della politica: del governo che guida la maggioranza e dell’opposizione che deve presentare in Parlamento e nel Paese le sue proposte alternative. Certo, passare da 600 a quindici progetti significa scontentare molti e non promettere tutto a tutti. Forse significa anche togliere acqua di coltura alle tante organizzazioni criminali o para-criminali che da settimane si leccano i baffi in attesa dei fondi europei. Ma tutto questo è il cuore della Polis, cioè di una politica con il coraggio di scegliere per il bene dei cittadini ed il futuro del Paese. Ecco perché la Nadef, nelle sue previsioni tendenziali, sembra scritta da Mago Merlino e affidata poi a un modesto pilota automatico per effettuare una manovra che conduca il treno Italia a 30-40 all’ora nei prossimi anni. Una cosa è sicura: l’impulso alla crescita è incerto e modesto, l’aumento del debito è forte e certo, con tanti auguri al futuro dei nostri figli e nipoti.