“Al Parco Verde lo Stato è rappresentato solo da don Maurizio Patriciello e dalla preside della scuola. I giovani hanno due strade: o lavorare per 120 euro alla settimana oppure guadagnare soldi facili facendo altro”. E per altro, il titolare di un’attività commerciale che ha preferito non essere ripreso in volto, intende lo spaccio di droga che, nel corso degli anni, ha fatto diventare questa fetta del piccolo comune napoletano di Caivano uno dei principali mercati di stupefacenti a cielo aperto, h24, alla pari del rione Salicelle ad Afragola e del rione Traiano a Napoli.

Nel giorno dei funerali di Maria Paola Gaglione, la 18enne morta tragicamente in seguito a un incidente in scooter che sarebbe stato provocato dal fratello Michele Antonio che non accettava, così come la sua famiglia, la relazione che la sorella aveva da tre anni con Ciro Migliore (all’anagrafe Cira), ragazzo trans che la notte dell’11 settembre scorso era alla guida dello scooter finito fuori strada su una stradina di campagna che collega Caivano con Acerra.

C’è un’atmosfera spettrale al Parco Verde. Sono le 14.30 di martedì 15 settembre e in giro lungo i vialoni ci sono solo le gazzelle dei carabinieri e qualche motorino guidato, rigorosamente senza casco, da giovanissimi. In pochi vogliono parlare e mostrare il proprio volto davanti alla telecamere. Nessuno prende posizione, almeno ufficialmente. Fuori la chiesa di San Paolo Apostolo, in attesa dell’inizio della cerimonia funebre (in programma alle 16.30) guidata da don Patriciello, ci sono più giornalisti che cittadini.

Con il passare dei minuti iniziano ad arrivare i paranti e gli amici di Maria Paola. Le cugine indossano una maglietta bianca con una sua foto sopra e la scritta “buon viaggio principessa”. Anche loro però non vogliono parlare. Sono due le persone a rubare la scena prima dell’arrivo della salma della 18enne, che il fidanzato Ciro (che ha lasciato uno striscione all’esterno della parrocchia) ha potuto salutare per l’ultima volta recandosi in mattinata, scortato dalla polizia, all’obitorio del Secondo Policlinico di Napoli.

L’AMICA DI CLASSE – La prima è una ragazza, compagna di classe di Maria Paola alle elementari, che ai giornalisti ha raccontato la sua storia. “Da un anno e mezzo sono fidanzata con una donna. Non è stato facile dirlo ai miei familiari ma dopo una settimana hanno accettato tutto e oggi sono felice” racconta guardata con orgoglio dalla nonna a pochi centimetri di distanza.

L’EX CAMORRISTA – La seconda persona è un ex camorrista, Bruno Mazza, da 12 anni presidente di un’associazione (Un’infanzia da vivere) assai attiva nel Parco Verde di Caivano. Dopo aver scontato una decina d’anni di carcere perché affiliato al clan Russo, Mazza ha deciso di cambiare vita dopo la morte per droga per fratello con lo scopo di garantire un futuro migliore ai nipotini e ai tanti giovani che nascono in un territorio dove la disoccupazione “è la madre di tutte le tragedie”.

“ZIO GAY” – Mazza conosce bene la famiglia di Paola e Michele Gaglione. Conosce bene Franco e Pina e prova a spiegare, con parole tutt’altro che moderne, le preoccupazioni di quei genitori che da quasi un mese avevano visto la loro “bambina” andare via di casa per amore. Innanzitutto, spiega l’ex camorrista, “la mamma di Paola ha un fratello che è gay da oltre 35 anni e che ha vissuto nel loro stesso palazzo. Poi qualche anno fa ha deciso di andare via per ragioni sue. Io – aggiunge – con lui andavo a scuola insieme negli anni ’80 e nessuno l’ha mai discriminato”.

“CIRO DELINQUENTE” – Il problema secondo mazza non è dunque l’omofobia ma le scarse “garanzie” che Ciro, 22 anni, offriva ai genitori di Paola per poter garantire alla figlia un futuro migliore. “Ciro, come altri ragazzi, aveva dei precedenti penali e firmava in caserma. Nessun genitore voleva cedere la propria figlia a un delinquente. Poi – sottolinea – se uno si assume la responsabilità di prendersi una ragazza deve anche garantirgli un alloggio e non farla girare ogni sera, di casa in casa, per farsi anche solo una doccia”.

BUSTA PAGA PER CEDERE FIGLIA – “Se tu non stai all’altezza di dargli un posto dove dormire, io mi riprendo mia figlia. Quando – precisa – sarai pronto, con un lavoro, una busta paga e la possibilità di avere in casa questa ragazza, allora ti cedo mia figlia“. Mazza parla poi di Michele, il fratello di Paola, in carcere con l’accusa di omicidio preterintenzionale e violenza personale con l’aggravante dei futili motivi: “Pagherà pienamente l’omicidio della sorella e lo pagherà sia a livello legale che umano. Se fossi al posto suo mi sarei già ucciso. La famiglia ha anche sbagliato a mettere il suo nome sui manifesti funebri perché Michele ha ucciso Paola”.

I PEDOFILI QUI NON CI SONO – Mazza conclude difendendo il Parco Verde dall’assalto mediatico che da anni lo vede protagonista. “Abbiamo dovuto sentire da voi giornalisti che noi proteggevamo un pedofilo e non era vero. Qui al Parco Verde i pedofili se ne scappano perché noi ce li mangiamo. I pedofili di Antonio Giglio e Fortuna Loffredo (i due bambini morti a distanza di un anno tra il 2013 e 2014) venivano da fuori ed erano ospitati dalle famiglie. Quello di Antonio Giglio veniva da Casavatore, Caputo, quello di Fortuna, veniva invece da Ponticelli”. Altra precisazione: “I fatti inoltre si sono verificati nelle palazzine IACP (Istituto Autonomo Case Popolari, ndr) che confinano con il Parco Verde”.