A poche ore dai funerali di Maria Paola Gaglione, Ciro Migliore è riuscito a vedere per l’ultima volta la sua amata rendendo omaggio alla salma della giovane in obitorio, prima che il feretro arrivasse a Caivano. Il ragazzo ha ottenuto infatti il permesso della permesso della Procura ed è stato scortato dalla polizia al Secondo Policlinico di Napoli.
Le esequie sono in programma alle 16.30 presso la chiesa di San Paolo Apostolo nel parco Verde di Caivano (Napoli). “Spero che il funerale di Paola non diventi uno show, che non venga strumentalizzato, e spero che Ciro possa vedere la sua compagna prima dell’ultimo saluto” scrive sui social Daniela Lourdes Falanga, presidente dell’Arcigay di Napoli che poi rivolge un appello a don Maurizio Patriciello: “Invece di utilizzare le colonne dell’Avvenire per gettare discredito sul lavoro disinteressato e continuo dei militanti LGBT, facendo riferimento a oscure e imperscrutabili strumentalizzazioni delle notizie, avrebbe potuto chiarire il proprio pensiero, stigmatizzando con fermezza e decisione qualsiasi forma d’odio e di violenza nei confronti delle persone LGBT+ e consolidando in questo modo quella cultura della legalità e del rispetto per l’altro, di cui ha un vitale bisogno un territorio martoriato dalla camorra”.
I CAPELLI DI PAOLA – “Oggi ho visto Ciro togliere i capelli dalla spazzola che utilizzava Paola per conservarli. Li prendeva uno ad uno. Li conservava in una busta. Ero sconvolta. Per la prima volta sono rimasta in silenzio” ha ricordato Daniela Falanga.

LE PAROLE DI CIRO – “Preferiva che la sorella morisse piuttosto che stare con me, voleva tagliarmi la testa”. E’ lo sfogo di Ciro Migliore (all’anagrafe Cira), il ragazzo che da anni ha avviato il percorso per diventare transessuale, nel corso della conferenza stampa tenuta ieri all’ospedale Villa dei Fiori di Acerra dove è ricoverato dopo l’incidente. A differenza dei genitori di Maria Paola, che sostengono di aver ostacolato la figlia per la cattiva frequentazione e non per l’orientamento sessuale, Ciro e sua madre, Rosa Buonadonna (che vive a poche centinaia di metri dall’abitazione dei genitori della 18enne scomparsa), sostengono l’esatto contrario.  “Il 13 luglio – racconta il ragazzo- io e Paola dovevamo scappare insieme ad Acerra. L’hanno picchiata, il padre di Paola l’ha picchiata davanti a me”.

L’INCIDENTE- Poi racconta le fasi drammatiche dell’incidente, quando è stato inseguito in moto dal fratello della 18enne: “Mi sono trovato il fratello di Paola dietro al motorino. Mi ha buttato il piede contro il mezzo, che sbandava. Paola ha detto a suo fratello di smetterla, gli ha detto ‘ci sono io dietro, basta’. Lui non si e’ interessato a Paola, voleva uccidermi. Infatti mi ha picchiato. Se non fossi fuggito mi avrebbe ammazzato”.

Dura anche la presa di posizione della mamma di Ciro: “Deve pagare Michele, devono pagare la mamma e il papà. Tutti e tre devo pagare per la morte di Paola. Volevano ucciderlo – ha detto – il fratello gli diceva ‘lascia Paola altrimenti ti ammazzo. Non hanno mai voluto, la mamma non ha mai voluto accettare questa relazione. Ma i figli sono come sono, si devono accettare sempre. Ci vuole amore da mamma, non come ha fatto lei”.

L'addio a Paola: rabbia, dolore e lacrime ai funerali"Non si può morire per amore" – bit.ly/35Ay0wp

Gepostet von Il Riformista Napoli am Dienstag, 15. September 2020

MICHELE RESTA IN CARCERE: “E’ PERICOLOSO” – Michele Gaglione, 30enne incensurato, è “incapace di controllare le proprie pulsioni aggressive” e dimostra “una accentuata pericolosità sociale”. Queste motivazioni che hanno spinto il gip del tribunale di Nola Nola (Napoli), Fortuna Basile, a convalidare il fermo e confermare la custodia cautelare in carcere per il fratello di Maria Paola. Il giudice ha sottolineato la collaborazione offerta dall’arrestato, che ha fornito anche dichiarazioni autoaccusanti (ha ammesso di aver colpito Ciro dopo la caduta).

“Li ho inseguiti, ma non per fare del male. Maria Paola era andata via di casa un mese fa – ha detto Gaglione al pm, secondo quanto riferito dai suoi difensori Domenico Paolella e Giovanni Cantelli – e noi familiari eravamo disperati. Volevo fare in modo che tornasse a casa”.