Chissà che cosa starà pensando Luigi de Magistris dopo la recente tornata elettorale. Tutti i partiti dell’arco costituzionale, oltre il Movimento 5 Stelle, si sperticano in analisi del voto più o meno ardite. Tutti si sentono vincitori e tutti sembrano avere qualcosa da festeggiare. Chi sembra avere pochi motivi di soddisfazione è il sindaco di Napoli che ha recentemente manifestato l’intenzione di candidarsi «alla guida del Paese» con una «lista di donne e uomini con storie credibili e coerenti». Il proposito di Dema, che dopo aver dato pessima prova di sé a Napoli punta a fare altrettanto a Roma e nel resto d’Italia, si infrange contro il risultato a dir poco modesto che una sua fedelissima ha riportato alle regionali in Liguria.

Ricordate Marika Cassimatis, la pasionaria che a gennaio 2019 fu eletta coordinatrice dell’associazione Democrazia e Autonomia con il compito di esportare la rivoluzione arancione a Genova? Ricordate le sue roboanti dichiarazioni sulla Napoli di de Magistris, definita «esempio concreto di un’alternativa alla deriva antidemocratica in atto nel Paese»? Ecco, Cassimatis si è candidata addirittura alla presidenza della Liguria, sostenuta da due liste civiche, e il risultato è stato a dir poco sconfortante per lei come per il suo “dante causa” partenopeo: 0,2% di consensi, ben lontano dal 57 che ha consentito a Giovanni Toti di essere confermato alla guida della Regione ma anche al di sotto della lista degli animalisti che alle urne raramente brillano e che stavolta sono arrivati allo 0,5%. Che cosa significa? Che Dema, il movimento che il sindaco di Napoli ha fondato e sul quale vorrebbe costruire la sua marcia di avvicinamento a Roma, è inconcludente, inconsistente, ininfluente.

Quando i suoi esponenti si sottopongono al giudizio degli elettori, infatti, i risultati sono a dir poco modesti. Tanto che in certi casi appare più saggio, come de Magistris ha fatto in occasione delle ultime regionali in Campania, ammainare la bandiera e non schierare alcun candidato. Se così stanno le cose, dunque, le “mire espansionistiche” di de Magistris sembrano ancora più velleitarie. Anche perché, oltre il flop di Cassimatis, per il sindaco suonano altri due campanelli d’allarme. Il primo? Sandro Ruotolo, eletto al Senato in forza di un patto tra Pd e Dema, non ha potuto fare a meno di imporre l’altolà al sindaco che aveva fatto sapere di voler annunciare il nome del suo candidato alle comunali del 2021. «Imporre un nome oggi vuol dire non credere a un progetto condiviso», ha detto Ruotolo.

Parole diverse ma identico messaggio da Roberto Fico, presidente della Camera e vicino a de Magistris, che spinge per un «nome condiviso» In più, per approvare il bilancio, il primo cittadino è pronto a chiedere il voto a quei consiglieri comunali sui quali aveva sparato a zero perché candidati alla Regione nelle liste a sostegno di De Luca. Insomma, Dema punta al governo ma, come al solito, non si sa sulla base di quali presupposti e con quale progetto politico-amministrativo.

Nel frattempo, Napoli è agonizzante: la Galleria Vittoria cade a pezzi, la prima pioggia autunnale devasta il centro storico, l’allerta meteo è sufficiente a chiudere le scuole riaperte a fatica da una manciata di giorni, il piano annunciato dal sindaco per migliorare la qualità dei servizi in questi ultimi scampoli di secondo mandato non esiste. È ora che si cominci ad affrontare questi problemi e a ipotizzare strategie per risolverli. Anche perché, dalla prossima primavera, Dema non potrà fare altri danni.