Carlo Calenda, leader di Azione ed europarlamentare, è tra i pochi politici di primo piano che non si fa negare quando c’è da affrontare un tema scottante, quasi un tabù nel centrosinistra: quello della giustizia e della bufera che investe le toghe, dal caso Palamara alla Loggia Ungheria.

Un nuovo terremoto si è abbattuto sulla magistratura chiamando in causa la Procura di Milano. Che idea si è fatto di questa brutta storia?
Non trovo opportuno intervenire su un procedimento in corso, men che meno commentare notizie che in questi giorni stiamo apprendendo dalla stampa. Mi limito a osservare la necessità, avvertita come non mai in questo momento, di un cambio di passo del sistema giudiziario italiano. Sono molto d’accordo con il professor Calvi quando ricorda alla politica e non solo, lo ha fatto ieri dalle vostre colonne, che la magistratura è posta a fondamento dello Stato di diritto.

Quali responsabilità deve assumersi la politica?
Veniamo da decenni di feroci contrapposizioni tra la politica e la magistratura, una ‘guerra’ che ci ha fatto completamente perdere di vista il punto centrale della questione: se funziona la giustizia, funziona la democrazia. Gli italiani devono avere la certezza che il debole non sia sopraffatto dal forte, che un cittadino che ha maggiori disponibilità economiche non abbia più tutele e garanzie di un cittadino meno abbiente. Oggi (ieri per chi legge, ndr) è scaduto il termine per la presentazione degli emendamenti al ddl penale. Il nostro deputato Enrico Costa ha svolto un lavoro importantissimo e puntuale su cui chiamiamo le altre forze politiche a confrontarsi e che ovviamente è a disposizione del Governo e della Commissione Ministeriale.

Che cosa prevedono i vostri emendamenti?
Innanzitutto la ragionevole durata del processo perché non possiamo permetterci che un uomo o una donna siano sotto processo a vita. Riteniamo doveroso cancellare lo stop alla prescrizione di Bonafede, tagliare i tempi morti delle indagini, estendere il segreto istruttorio, impedire la diffusione delle intercettazioni, assicurare l’oblio per gli assolti, trasferire il dibattimento a un’altra sede se il processo mediatico compromette l’imparzialità dei giudici, garantire l’interrogatorio prima della custodia cautelare, utilizzare il trojan solo per i reati gravi. Come si vede un pacchetto organico, frutto di un’ispirazione liberale e garantista. Un pacchetto di proposte concrete che traducono in norma l’obiettivo di Azione per garantire un giusto processo.

Non crede che la riforma della giustizia dovrebbe essere in cima all’agenda politica del governo Draghi?
Sì, ma fuori da una logica di contrapposizione. Noi di Azione riteniamo che il compito principale della politica sia quello di garantire e assicurare la credibilità dell’intero sistema giudiziario. Nei decenni passati la cosiddetta ‘giustizia spettacolo’ o ‘a orologeria’ ha minato il rapporto tra politica e magistratura. Oggi questo rapporto è ancora compromesso da chi utilizza le indagini per colpire l’avversario politico. Riteniamo sia arrivato il momento della maturità, non della demagogia. Per questa ragione sosteniamo la ministra Cartabia nello svolgimento del suo delicato ruolo di vigilanza e ispezione. Dal nostro punto di vista ci appelliamo anche all’Anm affinché collabori a riscrivere le regole e a migliorarle e non cada nella tentazione di una difesa corporativa. Conosciamo l’onestà intellettuale e la preparazione del presidente Santalucia certi che fornirà un contributo costruttivo e qualificato nei confronti del Parlamento e del Governo in occasione dell’iter del ddl sul Csm e sull’ordinamento giudiziario. E non possiamo non essere d’accordo con lui quando dichiara che “ora la magistratura è da riformare”. Accanto a questo e certamente non meno importante, c’è la riflessione da fare sul funzionamento della giustizia civile, che in Italia ha standard molto bassi. Non è un mistero per nessuno che molte imprese internazionali, piuttosto che buttare anni tra contenziosi, carte bollate e tribunali, rinuncino a investire nel nostro Paese. Una decisione che impatta sull’occupazione e sull’economia di molti territori.

C’è chi, come Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, pur di difendere l’ex componente del Csm Piercamillo Davigo ha chiamato in causa addirittura il Capo dello Stato…
Non ho l’abitudine di commentare quello che fa o scrive Il Fatto Quotidiano, ma trovo molto poco opportuno coinvolgere il presidente della Repubblica che, ricordo a chi lo avesse dimenticato, presiede il Csm.

Non è arrivato il tempo di una riforma del Csm. Se non ora, quando?
In questi giorni abbiamo visto un film del passato: sono ricomparsi i corvi, gli accusati, gli accusatori, le veline, quasi a dipingere una situazione fuori controllo. Per questa ragione abbiamo chiesto e continuiamo a chiedere che la ministra Cartabia garantisca che la riforma del Csm venga approvata in tempi rapidi. Azione si è espressa contro il ddl Bonafede perché prevede una delega al Governo che, una volta approvata, assegna all’esecutivo un anno per esercitarla. Non possiamo permetterci queste lungaggini. Occorre una riforma immediatamente applicabile, in modo che si possa rapidamente voltare pagina.

Un’ultima domanda sulle elezioni amministrative di Roma. Tra qualche giorno saranno ufficializzate le primarie del Pd e il nome che circola più frequentemente è quello dell’ex ministro, Roberto Gualtieri. Lei che intende fare?
Continuare a fare quello che faccio da sei mesi e cioè girare la città, Municipio per Municipio, piazza per piazza e purtroppo…buca per buca. Sto ascoltando i cittadini e i loro problemi, ho incontrato più di 500 associazioni, ho presentato il piano per i rifiuti e quello per la mobilità. A breve presenterò le nostre idee sul verde. Roma è una città allo sbando governata da un’Amministrazione non all’altezza e che andrà ricostruita con l’aiuto dei romani. Quanto alle primarie, faccio al Pd i miei auguri ma io non ci sarò.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.