«Esiste una norma costituzionale, l’articolo 27, che stabilisce che la detenzione debba avere una finalità punitiva ma anche rieducativa: il regime carcerario del 41bis incarna la negazione ontologica di questo principio. Impossibile individuare la finalità precipua voluta dai Padri Costituenti nell’isolamento del detenuto da chiunque, dagli stessi affetti primari, negare il diritto a ricevere e leggere libri o ricevere determinati cibi. E questo per sempre quando la durata della detenzione coincide col fine vita. Questa disumanizzazione non può in alcun modo essere identificata con la finalità rieducativa imposta dalla Costituzione ma si giustifica con l’unica esigenza di mostrare capacità repressiva coincidente con la presunta capacità dello Stato di contenere i fenomeni criminali. Ciò che appare sempre più evidente è l’esigenza di mostrare contrapposizione impositiva cieca e apodittica». Lo afferma l’avvocato Mara Esposito Gonella, componente del consiglio direttivo del Carcere Possibile, partecipando alla riflessione sulla necessità di un carcere più umano che la storia di Raffaele Cutolo ha riportato di attualità.

«L’umanizzazione, il riconoscimento dei diritti dei detenuti anche del cosiddetto carcere duro – spiega – non costituirebbe un segno di debolezza dello Stato ma, al contrario, un segno di civiltà che avanza». «Un pregevole esercizio politico sarebbe avere la capacità di sensibilizzare l’opinione pubblica a comprendere che il carcere ha questa funzione senza cavalcare la segregazione come unica vittoria sulla criminalità». L’esperienza di molti altri Stati europei dimostra che un carcere più umano e più rieducativo che punitivo è possibile, basterebbe deporre la sciabola del giustizialismo.

La morte di Cutolo in carcere, in regime di carcere duro, senza alcuna clemenza o considerazione per l’età avanzata e lo stato di salute sempre più precario, «ha siglato la sconfitta dei principi costituzionali, della finalità della pena e della funzione normo regolatrice dello Stato – osserva l’avvocato Annamaria Ziccardi, presidente del Carcere Possibile, la onlus della Camera penale di Napoli impegnata per la tutela dei diritti dei detenuti – Le analisi, sia pur retrospettive, devono rappresentare un percorso, una luce, un monito». Di qui l’appello del Carcere Possibile rivolto al nuovo ministro della Giustizia Marta Cartabia «che già tanta sensibilità ha mostrato verso la inquietante deriva del tema penitenziario».

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).